Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

lunedì 16 aprile 2012

Il gattopardo iracheno








1 maggio 2003. Portaerei USS Abraham Lincoln. George W. Bush dichiara al mondo: «missione compiuta». Dopo soltanto quaranta giorni dall’inizio delle operazioni, l’allora presidente degli Stati Uniti sancisce la fine della guerra contro il regime di Saddam Hussein.
            A quasi dieci anni di distanza, quale bilancio possiamo tirare della situazione in Iraq? Nel dicembre 2011, c’è stato il definitivo passaggio di potere nelle mani delle autorità di Baghdad e il ritiro delle truppe americane dal Paese. Tuttavia, non è possibile parlare di una vittoria. Piuttosto, questa sembra la triste storia di un duplice fallimento: non solo o soltanto americano (di cui, peraltro, si è già discusso infinitamente), ma anche e soprattutto iracheno.
Quest’ultimo è principalmente un fallimento delle sue élite politiche. In una nazione sorta dalla spartizione anglo-francese del 1918, il tentativo di impiantare la democrazia è in stallo e (forse) destinato a non veder mai una piena realizzazione. Tra i successi del processo di democratizzazione dobbiamo tuttavia annoverare non solo un parziale superamento del settarismo, ma anche una drastica riduzione delle violenze. Il primo è dovuto all’affermazione elettorale di alleanze inter-etniche, in grado di unire almeno parzialmente le tre componenti fondamentali del Paese: sunniti, sciiti e curdi. La seconda è invece legata all’inclusione nel processo politico dei sunniti, che hanno così tolto il loro sostegno ai miliziani stranieri di al Qaida.
La vera sfida è però rappresentata dalla deriva autoritaria del Primo Ministro Nuri al Maliki. Alla guida di un governo in prorogatio (dato che a due anni dalle elezioni non si è ancora trovata un’intesa tra le forze politiche), il premier sciita ha progressivamente consolidato il proprio potere sulle istituzioni dello Stato e sulle forze di sicurezza, al fine di combattere i propri rivali. Tanto che, sia i sunniti sia i curdi, lo accusano di voler instaurare una dittatura. L’incriminazione per terrorismo del vicepresidente sunnita Tariq al Hashimi e la violazione dell’autonomia curda nel nord del Paese sono soltanto i sintomi più evidenti di un malessere diffuso.
Mentre gli americani sembrano in maniera pilatesca ormai lavarsene le mani, l’insofferenza verso questa situazione cresce sia nella popolazione, sia nei gruppi politici avversari degli sciiti. A ciò si deve aggiungere l’incapacità della classe politica di rispondere ai bisogni della popolazione, oltre che il cinismo con cui gli altri Paesi della regione giocano per i propri interessi con la situazione irachena. Proprio nel momento in cui si è persa l’attenzione mediatica nei suoi confronti, l’Iraq si sta pericolosamente avvitando su se stesso. Le prospettive sul futuro non sono incoraggianti. E l’incubo di una nuova dittatura – non più sunnita, ma sciita – non è così improbabile.
Suona pertanto tristemente profetico il senso del lungo discorso che Don Fabrizio, il principe di Salina, fa al cavaliere Chevalley, sceso in Sicilia per cercare la classe dirigente del nuovo Regno d’Italia. Come ne Il Gattopardo, così anche in Iraq è assai probabile che «tutto cambia affinché nulla cambi».

Questo articolo è apparso su CQ140 l'11 aprile 2012 e sul Giornale del Popolo il 13 aprile 2012.



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