Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

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martedì 2 ottobre 2012

Lo show di Netanyahu, le sanzioni contro l'Iran e il crollo del Rial




Non è passata inosservata la stravagante performance di Benjamin Netanyahu di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Improvvisandosi Bruno Vespa nel salotto di “Porta a Porta", la scorsa settimana il premier israeliano – a cui mancava soltanto un plastico, magari quello dell'impianto nucleare di Fordo – ha tracciato con un pennarello una linea rossa su un disegno in stile fumetto di una bomba. [continua a leggere]


lunedì 7 maggio 2012

Analisi per CQ140






Nel luglio 1971, il Presidente Richard Nixon inviò in missione segreta a Pechino Henry Kissinger, allora suo Consigliere per la sicurezza nazionale, con l’incarico di ristabilire le relazioni diplomatiche con la Cina, che si erano interrotte da più di due decadi. Nel corso degli ultimi quarant’anni, il rapporto tra i due Paesi si è andato intensificando, soprattutto sotto il profilo economico-finanziario. Nell’aprile del 2009, a margine del G20 di Londra, Barack Obama e Hu Jintao annunciarono l’apertura di un “Dialogo strategico ed economico fra Usa e Cina”. (continua a leggere)



mercoledì 2 maggio 2012

Analisi per CQ140






Nel celebre saggio Vom Kriege del 1832, Carl von Clausewitz coniò un’espressione destinata ad avere un’enorme fortuna nella storia del pensiero strategico. «La guerra», affermò il generale prussiano, «non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Questa frase è ormai entrata nella dialettica dell’opinione pubblica. Tuttavia, è andata perdendo il proprio originario accento discrezionale per assumere un’errata connotazione deterministica. Secondo Clausewitz, la guerra è uno «strumento della politica»: un’opzione cui è possibile rivolgersi, ma non una necessità della natura. (continua a leggere)



martedì 24 aprile 2012

Analisi per CQ140







«Ora andrò lontano su al Nord, a giocare al Grande Gioco». Così nel suo celebre romanzo d’avventura Kim del 1901, Rudyard Kipling introduce il fascinoso mondo delle operazioni militari e d’intelligence che impegnarono inglesi e russi, per buona parte dell’Ottocento, in Afghanistan, in Iran e nelle steppe dell’Asia centrale. Con l’operazione Enduring Freedom del 2001 e la successiva missione ISAF, il «Grande gioco» ha ripreso, seppur con attori diversi, nuovo vigore. E anche in futuro è destinato non solo a calamitare l’attenzione del sistema internazionale, ma anche a influenzare gli equilibri geopolitici regionali. (continua a leggere).



lunedì 16 aprile 2012

Articolo per CQ140







«Ancora tu ma non dovevamo vederci più?». Questo verso di Lucio Battisti descrive molto meglio di tante dichiarazioni ufficiali il clima che si respirava nella mattina di sabato 14 aprile a Istanbul. Infatti, i colloqui del 5+1 – Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania – con l’Iran in merito al suo programma nucleare rappresentavano un’incognita importante per l’intero Medio Oriente. (continua a leggere)




Il gattopardo iracheno








1 maggio 2003. Portaerei USS Abraham Lincoln. George W. Bush dichiara al mondo: «missione compiuta». Dopo soltanto quaranta giorni dall’inizio delle operazioni, l’allora presidente degli Stati Uniti sancisce la fine della guerra contro il regime di Saddam Hussein.
            A quasi dieci anni di distanza, quale bilancio possiamo tirare della situazione in Iraq? Nel dicembre 2011, c’è stato il definitivo passaggio di potere nelle mani delle autorità di Baghdad e il ritiro delle truppe americane dal Paese. Tuttavia, non è possibile parlare di una vittoria. Piuttosto, questa sembra la triste storia di un duplice fallimento: non solo o soltanto americano (di cui, peraltro, si è già discusso infinitamente), ma anche e soprattutto iracheno.
Quest’ultimo è principalmente un fallimento delle sue élite politiche. In una nazione sorta dalla spartizione anglo-francese del 1918, il tentativo di impiantare la democrazia è in stallo e (forse) destinato a non veder mai una piena realizzazione. Tra i successi del processo di democratizzazione dobbiamo tuttavia annoverare non solo un parziale superamento del settarismo, ma anche una drastica riduzione delle violenze. Il primo è dovuto all’affermazione elettorale di alleanze inter-etniche, in grado di unire almeno parzialmente le tre componenti fondamentali del Paese: sunniti, sciiti e curdi. La seconda è invece legata all’inclusione nel processo politico dei sunniti, che hanno così tolto il loro sostegno ai miliziani stranieri di al Qaida.
La vera sfida è però rappresentata dalla deriva autoritaria del Primo Ministro Nuri al Maliki. Alla guida di un governo in prorogatio (dato che a due anni dalle elezioni non si è ancora trovata un’intesa tra le forze politiche), il premier sciita ha progressivamente consolidato il proprio potere sulle istituzioni dello Stato e sulle forze di sicurezza, al fine di combattere i propri rivali. Tanto che, sia i sunniti sia i curdi, lo accusano di voler instaurare una dittatura. L’incriminazione per terrorismo del vicepresidente sunnita Tariq al Hashimi e la violazione dell’autonomia curda nel nord del Paese sono soltanto i sintomi più evidenti di un malessere diffuso.
Mentre gli americani sembrano in maniera pilatesca ormai lavarsene le mani, l’insofferenza verso questa situazione cresce sia nella popolazione, sia nei gruppi politici avversari degli sciiti. A ciò si deve aggiungere l’incapacità della classe politica di rispondere ai bisogni della popolazione, oltre che il cinismo con cui gli altri Paesi della regione giocano per i propri interessi con la situazione irachena. Proprio nel momento in cui si è persa l’attenzione mediatica nei suoi confronti, l’Iraq si sta pericolosamente avvitando su se stesso. Le prospettive sul futuro non sono incoraggianti. E l’incubo di una nuova dittatura – non più sunnita, ma sciita – non è così improbabile.
Suona pertanto tristemente profetico il senso del lungo discorso che Don Fabrizio, il principe di Salina, fa al cavaliere Chevalley, sceso in Sicilia per cercare la classe dirigente del nuovo Regno d’Italia. Come ne Il Gattopardo, così anche in Iraq è assai probabile che «tutto cambia affinché nulla cambi».

Questo articolo è apparso su CQ140 l'11 aprile 2012 e sul Giornale del Popolo il 13 aprile 2012.



giovedì 22 marzo 2012

Lo SWIFT taglia i viveri alle banche iraniane: «se potessi avere mille lire al mese»







Nel 1939, Gilberto Mazzi cantava «se potessi avere mille lire al mese». Il ritornello del brano scritto da Carlo Innocenzi e Alessandro Sopranzi è diventato poi l’inno di una generazione. Ma, molto probabilmente, se venisse trasmesso oggi per le strade di Teheran non rappresenterebbe nemmeno una magra consolazione.
La strategia delle sanzioni, infatti, sembra aver cambiato definitivamente registro. Il suo obiettivo appare ormai chiaro: isolare definitivamente l’economia iraniana così da bloccare il controverso programma nucleare del regime degli Ayatollah.
Venerdì scorso, attraverso un breve comunicato stampa, la Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT) ha reso noto che a partire dal pomeriggio di sabato 17 marzo avrebbe tagliato i servizi alle banche iraniane soggette alle sanzioni imposte dall’Unione europea. Non è stata divulgata alcuna lista degli istituti coinvolti. Ma dovrebbero essere almeno trenta le banche nel mirino, compresa la Banca centrale iraniana.
SWIFT fornisce servizi fondamentali per transazioni finanziarie, esportazioni di petrolio e altri scambi commerciali. Pertanto, la disconnessione dal suo network aggraverà lo stato di salute di un sistema economico-finanziario già stremato. I cittadini iraniani avranno sempre più problemi a ottenere finanziamenti per i propri bisogni quotidiani. Mentre, per Teheran sarà non solo più difficile vendere gas e petrolio, ma anche riceverne il pagamento.
«Disconnettere le banche è una misura straordinaria e senza precedenti per la SWIFT» ha affermato il CEO Lazaro Campos, specificando che la società belga è stata costretta ad agire in questo modo per obbedire alle decisioni del Consiglio europeo e del Governo del Belgio. Anche se, c’è da scommetterci, un grande ruolo è stato giocato nell’ombra dagli Stati Uniti. America ed Europa mettono così a segno un importante punto a loro vantaggio nella partita contro l’Iran. Anche Israele pare che abbia gradito l’iniziativa. Trapela, infatti, da fonti israeliane che Netanyahu ne sia stato promotore con Obama nel suo recente viaggio negli Stati Uniti.
Le conseguenze che questo strike finanziario contro l’Iran avrà nei prossimi mesi non sono al momento quantificabili. Ed è bene non farsi troppe illusioni. Tuttavia, esso rappresenta un passaggio cruciale nella delicata situazione mediorientale, proprio perché potrebbe placare i venti di guerra nella regione. Non è un caso che un alto ufficiale israeliano, rallegrandosi per l’esclusione delle banche iraniane dal sistema finanziario regolato dalla SWIFT, abbia definito l’intera operazione un «colpo mortale» per il regime di Teheran.
C’è da augurarsi che gli sforzi della comunità internazionale – rivolti non solo a bloccare il programma nucleare iraniano, ma anche a evitare un intervento armato israeliano – riescano nel loro intento. E ciò per il bene dei popoli di Iran, d’Israele e dell’intero Medio Oriente.


Questo articolo è stato pubblicato su CQ140 il 19 marzo 2012



lunedì 30 gennaio 2012

Un ‘futuro’ Pacifico: il nuovo fronte geopolitico degli Stati Uniti






Nella primavera del 2010, l’emittente via cavo HBO decise di mandare in onda una miniserie televisiva in dieci puntate: The Pacific. Ciascuna puntata ripercorreva gli avvenimenti principali di quella Guerra del Pacifico, che l’America aveva combattuto durante il secondo conflitto mondiale. All’indomani dell’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbor, infatti, gli Stati Uniti erano entrati in guerra non soltanto nello scenario europeo, ma anche sul fronte del Pacifico (dove il successo militare del Giappone era altrettanto rapido di quello tedesco nel Vecchio continente). Prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, la miniserie ebbe immediato successo e quello stesso anno riuscì a vincere ben otto Emmy Award. Oltre a rappresentare un’avvincente ricostruzione storica, che ha avuto il merito di portare alla conoscenza del grande pubblico una parte spesso dimenticata del XX secolo, la produzione televisiva è stata anche in grado – più o meno consapevolmente – di anticipare lo spirito dei tempi, riportando l’attenzione americana su una regione geopolitica per lungo tempo ritenuta quantomeno marginale.
            Sull’ultimo numero di «Foreign Policy» del 2011, infatti, è comparso un lungo articolo di Hilary Clinton dal titolo assai evocativo: America’s Pacific Century. Riprendendo e parafrasando la famosa definizione coniata da Henry Luce, storico editore della rivista «Time», secondo il quale il Novecento sarebbe stato l’«American Century», il Segretario di Stato illustra le linee fondamentali della nuova politica estera degli Stati Uniti. Il futuro geopolitico dell’ordine mondiale – osserva la Clinton – non verrà deciso né in Iraq né in Afghanistan, bensì nella zona dell’Asia-Pacifico. L’America – aggiunge – per difendere leadership, valori e interessi, dovrà pertanto attuare «un crescente investimento diplomatico, economico e strategico, nella regione». Il Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, affermando in sostanza una imprescindibile corrispondenza biunivoca tra il proprio Paese e quest’immenso quadrante geostrategico, ritiene non solo che l’Asia sia «cruciale per il futuro dell’America», ma anche e soprattutto che l’impegno americano nella regione risulti «vitale per il futuro dell’Asia».




Secretary of State Hillary Rodham Clinton adresses Burmese and international press in Nay Pyi Taw, Burma, on December 1, 2011. 


Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti in alcuni Paesi nell’area del Pacifico ha rafforzato la strategia asiatica americana. La partecipazione al vertice dell’Apec, la ricerca di una collaborazione ancora più stretta con la Cina, l’intenzione di aprire una zona di libero commercio trans-nazionale nella regione, sono tutti elementi di quello smart power sempre più al centro della politica estera degli Stati Uniti. Ad attirare non poche preoccupazioni, quando non vere e proprie invettive, da parte della Cina è stato invece l’annuncio di Obama di una prossima e crescente presenza strategico-militare degli Stati Uniti in Australia. L’aumento del numero di marines presenti nel Paese e l’intensificazione dei rapporti tra le due marine militari hanno prodotto molte critiche di Pechino. Le critiche cinesi riguardano soprattutto i forti interessi che gli Stati Uniti mostrano verso il Mare Cinese Meridionale. Una zona di mare non solo ricca di riserve di petrolio e gas naturale, ma anche strategica per il controllo delle rotte commerciali dell’intero sud-est asiatico. È allora facile comprendere la strenua competizione e i forti toni diplomatici con cui Washington e Pechino giocano la loro battaglia politica nell’area del Pacifico.




In questo inizio del 2012, però, sono altri i fatti che stanno calamitando l’attenzione internazionale. Il primo anniversario delle rivolte arabe e i verdetti delle elezioni nei Paesi coinvolti, le tensioni con l’Iran in merito al programma nucleare e allo Stretto di Hormuz, riportano lo sguardo sul (dis)ordine del Medio e Vicino Oriente. Tuttavia, le linee di una nuova politica estera asiatica espresse dalla Clinton non costituiscono un semplice e forse frettoloso ‘balzo in avanti’, è assai probabile che esse vengano mantenute persino dopo le elezioni presidenziali di novembre, anche nell’ipotesi in cui dovesse prevalere un candidato repubblicano. E ciò anche in relazione alla presentazione al Pentagono del documento Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense, con cui Obama e il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, hanno illustrato il futuro della strategia militare americana. Una strategia sempre più basata sul navalismo e meno propensa a lunghe operazione di occupazione terrestre (come le recenti operazioni in Afghanistan e Iraq). Una strategia che, inoltre, non solo chiede alla Nato di prendersi sempre più cura del Mediterraneo e dei suoi Paesi rivieraschi, ma che lascia gli Stati Uniti ancora più liberi di rivedere le proprie priorità geopolitiche.
Appare pertanto quasi profetica l’idea, avanzata fin dalla prima metà degli anni Venti del secolo scorso dallo storico e internazionalista inglese Arnold J. Toynbee, di uno spostamento del «centro degli affari internazionali» dall’Atlantico al Pacifico. In un crescendo di tensioni, dovute all’approvvigionamento energetico e alle rivalità economico-politiche, il futuro dell’America sembra destinato ad essere sempre più Pacifico.




Questo articolo è stato pubblicato su www.ilsussidiario.net il 28 gennaio 2012.

venerdì 27 gennaio 2012

Il destino di un esperimento



Nessuna nazione è sacra e unica, né gli Stati Uniti né le altre. Tutte le nazioni sono vicine a Dio; al pari di ogni altro paese, l’America ha interessi reali e immaginari, tensioni generose ed egoistiche e moventi onorevoli e squallidi. La Provvidenza non ha distinto l’America da stirpi inferiori. Anche noi facciamo parte della fitta trama della storia. […] Gli americani possono andare orgogliosi della propria nazione, non per quello che pretendono un compito affidato da Dio e un sacro destino, ma in quanto adempiono ai loro più profondi valori in un mondo enigmatico. L’America resta sempre un esperimento. Soltanto lavorando duramente all’esperimento conquisterà il proprio destino. Il risultato non è per niente certo.

A.M. Schlesinger Jr., The Cycles of American History, Houghton Mifflin, Boston 1986; trad. it. I cicli della storia americana, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1991, p. 79.