Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

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lunedì 7 maggio 2012

Analisi per CQ140






Nel luglio 1971, il Presidente Richard Nixon inviò in missione segreta a Pechino Henry Kissinger, allora suo Consigliere per la sicurezza nazionale, con l’incarico di ristabilire le relazioni diplomatiche con la Cina, che si erano interrotte da più di due decadi. Nel corso degli ultimi quarant’anni, il rapporto tra i due Paesi si è andato intensificando, soprattutto sotto il profilo economico-finanziario. Nell’aprile del 2009, a margine del G20 di Londra, Barack Obama e Hu Jintao annunciarono l’apertura di un “Dialogo strategico ed economico fra Usa e Cina”. (continua a leggere)



venerdì 30 marzo 2012

Se il tuono anticipa il fulmine: Weibo e il (presunto) Colpo di Stato in Cina







Nelle Considérations politiques sur les coups d'état del 1639, Gabriel Naudé fu perentorio: il Colpo di Stato anticipa la sua enunciazione, come il fulmine anticipa il tuono. La segretezza, infatti, è fondamentale per il buon esito di un atto con cui un gruppo di congiurati (o un settore chiave della burocrazia statale) cerca di modificare l’assetto istituzionale di un Paese mediante l’uso della forza.
In Cina, almeno ultimamente, l’opera dell’intellettuale francese non deve avere grande mercato editoriale o attirare molti lettori. Molti e più assidui frequentatori è invece in grado di calamitare Weibo, il più famoso sito di microblogging cinese. Il social network asiatico – un ibrido fra Twitter e Facebook – conta più di 300 milioni d’iscritti e 2 milioni di post pubblicati giornalmente.
Non è pertanto un caso che tra il 19 e il 22 marzo si sia diffusa rapidamente – proprio attraverso Weibo – la notizia di un tentativo (seppur fallito) di colpo di Stato in Cina. Rilanciato da qualche media internazionale, il rumor non trova ovviamente conferma ufficiale. Ad organizzare il “golpe” sarebbero stati Bo Xilai, ex potentissimo segretario del partito comunista della metropoli di Chongqing (già esautorato), e Zhou YongKang, capo degli apparati militari e membro del Politburo del Partito comunista cinese.
Questa curiosa notizia ci permette di tentare almeno due brevi considerazioni. L’una strettamente legata al presente e al futuro dei social network, l’altra più genuinamente politica.
Da un lato, infatti, emerge ancora una volta come Twitter, Facebook o Weibo – anche all’interno di Paesi, dove la censura è ramificata – rappresentino uno strumento straordinario per la diffusione di notizie. Dall’Egitto all’Iran, dalla Siria alla Cina, la protesta popolare si muove sulla rete. Un forte dubbio rimane semmai sull’attendibilità delle fonti e sull’uso distorsivo di tali mezzi per finalità propagandistiche (sia dei governi, sia delle forze di opposizione). Interessante è poi sottolineare l’insolita, ma assai astuta, tolleranza cinese verso Weibo: meglio avere persone ‘isolate’ che twittano o postano, piuttosto che disordini ‘organizzati’ di piazza. Una Tienanmen mediatica non è all’orizzonte. E, quindi, non fa davvero paura.
Dall’altro lato, appare ancora più evidente come lo scontro tra riformisti e neo-maoisti sia sempre più aspro all’interno del Partito, in un momento assai delicato per la frenata dell’economia cinese. L’urgente necessità di riforme economiche, fiscali e sociali s’interseca poi con la sfida per il potere in vista della successione al Presidente Hu Jintao. In pole position, c’è il delfino designato Xi Jinping. Tuttavia, cruciale sembra la battaglia per le poltrone del Comitato permanente del Politburo. Sette dei suoi attuali membri, infatti, usciranno di scena per raggiunti limiti di età.
Nei prossimi mesi, c’è da scommetterci, sentiremo ancora parlare di complotti e faide, magari proprio attraverso Weibo. E chissà se questa volta il fulmine arriverà prima del tuono.

Articolo pubblicato su CQ140 il 26 marzo 2012

giovedì 29 marzo 2012

The Full Monti: squattrinati organizzati?




CINA/ Dai marò a Hu Jintao, ecco i dossier che lasciano in “mutande” l’Italia


Nel 1997, il regista e sceneggiatore inglese Peter Cattaneo con The Full Monty riscosse un grande successo di pubblico e di critica. La pellicola, ambientata a Sheffield, racconta la storia di Gaz e Dave, due disoccupati quotidianamente impegnati a trovare un modo per sbarcare il lunario. Gli espedienti non mancano ai protagonisti, ma le difficoltà economiche non mollano la presa. Un giorno Gaz trova una soluzione al problema. Decide così di mettere in scena uno spettacolo di spogliarello maschile, coinvolgendo nell’impresa altri disoccupati. Il successo non si farà attendere.
Il titolo del film, tradotto dall’inglese, suona così: «servizio completo». Nel nostro Paese, l’opera di Cattaneo venne mandata nelle sale cinematografiche con l’azzeccato sottotitolo «squattrinati organizzati». Al di là della più che ovvia assonanza con il cognome dell’attuale Presidente del Consiglio dei ministri, un’assonanza spesso richiamata anche nei roboanti titoli di Dagospia, sono soprattutto le peripezie di Gaz e Dave a risultare uno specchio ben molato delle vicende italiane. Come i due protagonisti, infatti, anche l’Italia – uno Stato (ma, conta ricordarlo, non un Paese) squattrinato e anche mal organizzato – è giunta al proprio ‘Full Monti’ dopo una lunga serie di espedienti e peripezie politiche. E lo spettacolo – almeno, così appare – sembra riscontrare se non un vero e proprio successo, almeno un grande apprezzamento sulla scena globale.
Un paradigma di ciò è il viaggio in Asia di Mario Monti. Un viaggio che possiamo leggere attraverso la lente del film di Cattaneo, proprio perché un tale viaggio – forse, ancora più della non troppo lontana missione in America – è in grado di mettere a nudo la vera essenza della nostra politica estera e l’effettivo ruolo che l’Italia potrà ritagliarsi sulla scena internazionale.
A margine del vertice sulla sicurezza nucleare di Seul, e poco prima dalla visita ufficiale in Giappone e in Cina, il nostro premier ha ottenuto importanti riconoscimenti da varie personalità internazionali. Barack Obama, manifestando vicinanza e apprezzamento per il lavoro di Monti, ha sottolineato il «ruolo molto importante» che l’Italia ricopre in Europa e nel mondo. Quasi a fare eco alle parole del Presidente degli Stati Uniti, sono giunte quelle di Hu Jintao. Il Presidente cinese non ha usato mezzi termini, promettendo che suggerirà ai suoi connazionali di «investire in Italia». Dopo aver incassato l’endorsement politico delle due più importanti potenze del sistema internazionale, Monti si è detto ovviamente soddisfatto. Al tempo stesso, egli ha giustamente cercato di non cadere vittima di un eccessivo autocompiacimento (una sindrome mortale in politica internazionale).
Il nostro premier, inoltre, è stato paragonato dal Wall Street Journal a Margareth Thatcher. La ragione di un tale giudizio? Il «coraggio politico» dimostrato con la riforma del mercato del lavoro. Una riforma che è ritenuta «utile ancorché moderata». Sulla riforma non è mancata neanche la ben più importante approvazione incassata da parte dell’Ocse. Insomma, le sorti magnifiche e progressive di ‘Full Monti’ sembrano segnate. «Se intende fare di questa riforma il primo e non l'ultimo passo di un’agenda più ambiziosa per rilanciare la crescita italiana», ha chiosato ancora l’autorevole quotidiano economico, «questo suo unico mandato potrebbe diventare grandioso». Ma, davvero, il nostro ‘Full Monti’ è stato (e sarà) in grado di mettere a nudo le nostre migliori qualità sulla scena internazionale?
Certamente, non si può che essere soddisfatti del rinnovato credito che il nostro Paese sembra aver acquisito nel sistema globale. Tuttavia, la sostanza vale tanto e forse più della forma. Pertanto, occorre non farsi troppe illusioni. E, soprattutto, non bisogna scambiare in maniera miope l’attestazione di stima e le promesse dei più importanti attori geopolitici mondiali con il nostro effettivo peso internazionale. Nella vicenda dei marò, per esempio, non pochi sono stati gli errori di analisi e di prassi dell’Italia. Grazie al cielo, dopo un iniziale sbandamento, la vicenda è ora attentamente seguita da vicino dal capace ed esperto sottosegretario agli Esteri, Staffan de Mistura. Ciò non toglie, però, che molti dei ritardi accumulati per cercare di trovare una soluzione all’intricato caso potevano essere evitati.
Ancora più decisivo sarà poi vedere come il nostro Paese si muoverà nell’ambito dei tanti e spinosi dossier sul tavolo: dalle missioni internazionali alla sicurezza energetica, dal contare di più in Europa al rapporto con i Paesi rivieraschi del Mediterraneo, dalla capacità di attrarre effettivi (e non solo promessi) investimenti internazionali alla questione ambientale transnazionale.
È nella prassi della nostra politica estera, piuttosto che nelle sue intenzioni o negli attestati di stima ricevuti, che sta iscritta la possibilità reale di contare davvero di più nel mondo. Proprio come nell’originale The Full Monty, sarà pertanto decisiva la volontà di dar vita a un vero spettacolo in grado di mettere a nudo la nostra reale capacità di proiezione internazionale. Sarebbe, però, altrettanto fondamentale che nel far ciò non si finisca per rimanere pericolosamente in mutande.




Articolo pubblicato su www.ilsussidiario.net il 28 marzo 2012 



lunedì 26 marzo 2012

Articolo per CQ140





 


Oggi CQ140 pubblica una mia analisi sul presunto Colpo di Stato a Pechino e il ruolo di Weibo.



venerdì 16 marzo 2012

Sulle orme dell'«orso» russo







Mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati sulla politica interna della Russia, il Cremlino inizia già a rivolgere il suo sguardo verso la politica estera. A poco più di una settimana dalle contestate elezioni che per la terza volta hanno riconfermato presidente Vladimir Putin, è allora giunto il momento di incominciare a scrutare il sentiero internazionale sul quale l’«orso» russo imprimerà le proprie orme.
            Il 27 febbraio scorso, in apertura dell’ultima settimana di campagna elettorale, l’allora Primo ministro pubblicò sulla «Moskovskiye Novosti» un lungo articolo dal titolo Russia and the changing world. Dalle colonne del quotidiano moscovita, egli non solo delineava le linee essenziali di politica estera per il presente, ma esprimeva anche e soprattutto una precisa visione geopolitica del futuro.
Per molti versi, l’ambizioso obiettivo dell’ex agente del Kgb nell’ambito della politica estera è assai semplice: rendere la Russia di nuovo una Grande potenza regionale, in grado però di far sentire il peso dei propri interessi anche a livello globale all’interno di un sistema destinato a diventare sempre più multipolare. Oltre a riaffermare la decennale diffidenza verso gli Stati Uniti e la Nato, Putin si sofferma estesamente sulla primavera araba, sull’Iran, sull’Afghanistan, sull’India, sulle Repubbliche Baltiche e sulla regione dell’Asia-Pacifico. Dopo la disastrosa esperienza libica, è tuttavia il caso della Siria che lo spinge a ribadire con forza la necessità di un ritorno al pieno rispetto del principio di sovranità e di quello di non ingerenza. Secondo Putin, infatti, è arrivato il momento che gli Stati smettano di giustificare interventi armati con motivi umanitari o con il principio dell’esportazione della democrazia. Il neo-presidente invita ciascun Paese a non immischiarsi negli affari interni degli altri (e, in particolare, di quelli russi). In altri termini, Putin auspica un ritorno alla Realpolitik.


 


Ma è la prospettiva geopolitica espressa da Putin a meritare interesse, suscitare attenzione e, forse, destare preoccupazione. Nel suo articolo, egli individua per il proprio Paese due direttrici fondamentali di sviluppo strategico: l’una rivolta verso Oriente, l’altra verso Occidente. Da un lato, sottolineando le formidabili prospettive di crescita economica della Cina, Putin sostiene l’importanza di una maggiore interdipendenza tra i due Paesi all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Quest’ultima, infatti, è potenzialmente uno strumento per la definitiva affermazione delle ambizioni di potenza sino-russe all’interno della regione asiatica: la SCO, con l’eventuale inclusione del Pakistan e dell’Iran, potrebbe ben presto diventare un sistema di sicurezza regionale coeso e strategicamente determinante. Un sistema che costringerebbe persino gli Stati Uniti a rivedere la presenza capillare di truppe e basi militari all’interno di alcuni Paesi della regione. Dall’altro lato, ribadendo la «inalienabile» e «organica» appartenenza della Russia alla civiltà e al sistema interstatale dell’Europa, il neo-presidente afferma l’irrinunciabilità dei progetti per la sicurezza energetica dei vari Stati del Vecchio continente. Il gasdotto North Stream, che corre sotto il Mar Baltico, e quello South Stream, che passa sotto il Mar Nero, rappresentano le arterie con cui la Russia può non soltanto corrispondere alla sete di energia dei Paesi europei, ma legarli anche sempre più a sé. Se il primo è già attivo, il secondo è ancora in fase di realizzazione. Ciò non toglie che entrambi rappresentino delle opzioni maggiormente credibili rispetto ai grandi proclami, ma agli ancora scarsi risultati del progetto Nabucco (intenzionato a creare una via di rifornimento alternativa al gas russo). In tal modo, il pragmatismo di Mosca sembra mostrare l’ineludibile forza del decisionismo putiniano.
Pur se non bisogna perdere di vista gli sviluppi (ormai sempre più esigui e isolati) delle proteste di piazza per l’aspirazione di un popolo alla democrazia, occorre anche guardare con disincanto alla realtà politica di un sistema di potere ancora diffuso, radicato e ambizioso. Nella volontà di riconsegnare alla Russia una grandezza fortemente offuscata o ormai perduta, il suo nuovo Zar sta già cercando – e lo farà ancora di più in futuro – di conquistare spazio strategico. L’«orso» russo è in cammino e, ben presto, c’è da scommettere che oltre alle orme inizieremo a scorgere anche i suoi artigli.


 


Questo articolo è già stato pubblicato su www.centoquaranta.com il 12 marzo 2012.




lunedì 30 gennaio 2012

Un ‘futuro’ Pacifico: il nuovo fronte geopolitico degli Stati Uniti






Nella primavera del 2010, l’emittente via cavo HBO decise di mandare in onda una miniserie televisiva in dieci puntate: The Pacific. Ciascuna puntata ripercorreva gli avvenimenti principali di quella Guerra del Pacifico, che l’America aveva combattuto durante il secondo conflitto mondiale. All’indomani dell’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbor, infatti, gli Stati Uniti erano entrati in guerra non soltanto nello scenario europeo, ma anche sul fronte del Pacifico (dove il successo militare del Giappone era altrettanto rapido di quello tedesco nel Vecchio continente). Prodotta da Steven Spielberg e Tom Hanks, la miniserie ebbe immediato successo e quello stesso anno riuscì a vincere ben otto Emmy Award. Oltre a rappresentare un’avvincente ricostruzione storica, che ha avuto il merito di portare alla conoscenza del grande pubblico una parte spesso dimenticata del XX secolo, la produzione televisiva è stata anche in grado – più o meno consapevolmente – di anticipare lo spirito dei tempi, riportando l’attenzione americana su una regione geopolitica per lungo tempo ritenuta quantomeno marginale.
            Sull’ultimo numero di «Foreign Policy» del 2011, infatti, è comparso un lungo articolo di Hilary Clinton dal titolo assai evocativo: America’s Pacific Century. Riprendendo e parafrasando la famosa definizione coniata da Henry Luce, storico editore della rivista «Time», secondo il quale il Novecento sarebbe stato l’«American Century», il Segretario di Stato illustra le linee fondamentali della nuova politica estera degli Stati Uniti. Il futuro geopolitico dell’ordine mondiale – osserva la Clinton – non verrà deciso né in Iraq né in Afghanistan, bensì nella zona dell’Asia-Pacifico. L’America – aggiunge – per difendere leadership, valori e interessi, dovrà pertanto attuare «un crescente investimento diplomatico, economico e strategico, nella regione». Il Segretario di Stato dell’Amministrazione Obama, affermando in sostanza una imprescindibile corrispondenza biunivoca tra il proprio Paese e quest’immenso quadrante geostrategico, ritiene non solo che l’Asia sia «cruciale per il futuro dell’America», ma anche e soprattutto che l’impegno americano nella regione risulti «vitale per il futuro dell’Asia».




Secretary of State Hillary Rodham Clinton adresses Burmese and international press in Nay Pyi Taw, Burma, on December 1, 2011. 


Il viaggio del Presidente degli Stati Uniti in alcuni Paesi nell’area del Pacifico ha rafforzato la strategia asiatica americana. La partecipazione al vertice dell’Apec, la ricerca di una collaborazione ancora più stretta con la Cina, l’intenzione di aprire una zona di libero commercio trans-nazionale nella regione, sono tutti elementi di quello smart power sempre più al centro della politica estera degli Stati Uniti. Ad attirare non poche preoccupazioni, quando non vere e proprie invettive, da parte della Cina è stato invece l’annuncio di Obama di una prossima e crescente presenza strategico-militare degli Stati Uniti in Australia. L’aumento del numero di marines presenti nel Paese e l’intensificazione dei rapporti tra le due marine militari hanno prodotto molte critiche di Pechino. Le critiche cinesi riguardano soprattutto i forti interessi che gli Stati Uniti mostrano verso il Mare Cinese Meridionale. Una zona di mare non solo ricca di riserve di petrolio e gas naturale, ma anche strategica per il controllo delle rotte commerciali dell’intero sud-est asiatico. È allora facile comprendere la strenua competizione e i forti toni diplomatici con cui Washington e Pechino giocano la loro battaglia politica nell’area del Pacifico.




In questo inizio del 2012, però, sono altri i fatti che stanno calamitando l’attenzione internazionale. Il primo anniversario delle rivolte arabe e i verdetti delle elezioni nei Paesi coinvolti, le tensioni con l’Iran in merito al programma nucleare e allo Stretto di Hormuz, riportano lo sguardo sul (dis)ordine del Medio e Vicino Oriente. Tuttavia, le linee di una nuova politica estera asiatica espresse dalla Clinton non costituiscono un semplice e forse frettoloso ‘balzo in avanti’, è assai probabile che esse vengano mantenute persino dopo le elezioni presidenziali di novembre, anche nell’ipotesi in cui dovesse prevalere un candidato repubblicano. E ciò anche in relazione alla presentazione al Pentagono del documento Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense, con cui Obama e il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, hanno illustrato il futuro della strategia militare americana. Una strategia sempre più basata sul navalismo e meno propensa a lunghe operazione di occupazione terrestre (come le recenti operazioni in Afghanistan e Iraq). Una strategia che, inoltre, non solo chiede alla Nato di prendersi sempre più cura del Mediterraneo e dei suoi Paesi rivieraschi, ma che lascia gli Stati Uniti ancora più liberi di rivedere le proprie priorità geopolitiche.
Appare pertanto quasi profetica l’idea, avanzata fin dalla prima metà degli anni Venti del secolo scorso dallo storico e internazionalista inglese Arnold J. Toynbee, di uno spostamento del «centro degli affari internazionali» dall’Atlantico al Pacifico. In un crescendo di tensioni, dovute all’approvvigionamento energetico e alle rivalità economico-politiche, il futuro dell’America sembra destinato ad essere sempre più Pacifico.




Questo articolo è stato pubblicato su www.ilsussidiario.net il 28 gennaio 2012.