Non
è passata inosservata la stravagante performance di Benjamin Netanyahu di
fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Improvvisandosi Bruno Vespa
nel salotto di “Porta a Porta", la scorsa settimana il premier israeliano –
a cui mancava soltanto un plastico, magari quello dell'impianto nucleare di
Fordo – ha tracciato con un pennarello una linea rossa su un disegno in stile
fumetto di una bomba. [continua a leggere]
Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it(Reinhold Niebuhr)
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martedì 2 ottobre 2012
lunedì 3 settembre 2012
I "furbetti" del Golfo
L’estate è trascorsa in
maniera piuttosto tranquilla sulle coste del Golfo Persico, ma l’autunno non appare
per nulla destinato ad avere eguale fortuna. Quando l’instabile (dis)ordine
mediorientale sembrava ormai essere messo alla prova soltanto dalla drammatica
guerra civile in Siria, è arrivata una preoccupante conferma del fatto che la
delicata crisi relativa al discusso programma nucleare iraniano rischia di
subire una pericolosa accelerazione. [continua a leggere]
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mercoledì 2 maggio 2012
Analisi per CQ140
Nel celebre saggio Vom
Kriege del 1832, Carl von Clausewitz coniò un’espressione destinata ad
avere un’enorme fortuna nella storia del pensiero strategico. «La guerra»,
affermò il generale prussiano, «non è che la continuazione della politica con
altri mezzi». Questa frase è ormai
entrata nella dialettica dell’opinione pubblica. Tuttavia, è andata perdendo il
proprio originario accento discrezionale per assumere un’errata connotazione
deterministica. Secondo Clausewitz, la guerra è uno «strumento
della politica»: un’opzione cui è possibile
rivolgersi, ma non una necessità della natura. (continua a leggere)
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sabato 7 aprile 2012
Fra i due litiganti l'Arabia Saudita (forse) gode
«Fra i due litiganti il terzo gode» non
è solamente un celebre dramma di Giuseppe Sarti, messo in scena per la prima
volta alla Scala di Milano nel 1782. Infatti, è molto di più. Il titolo
dell’opera teatrale è anche il paradigma più adeguato per spiegare la
situazione in Medio Oriente.
In gioco
non c’è la mano della cameriera Dorina, contesa tra Mingone e Titta, ma l’attuale
tensione tra Israele e Iran. Come alla fine del dramma tratto da Le nozze di Goldoni a prevalere sarà
Masotto, così al termine della contrapposizione sul programma nucleare degli
Ayatollah a godere potrebbe essere soltanto l’Arabia Saudita.
Pur a
fronte del continuo inasprimento delle sanzioni internazionali, l’ultimo giro
di vite è quello annunciato da Obama pochi giorni fa, il governo di Teheran non
sembra per ora intenzionato a mollare la presa. Anzi, cercherà ancora una volta
di alzare il livello della tensione per provocare un aumento dei prezzi del
petrolio. E spaventare la comunità internazionale.
Al tempo
stesso, da Gerusalemme non sembrano giungere notizie rassicuranti. All’inizio
della scorsa settimana, l’autorevole «Foreign Policy» ha rilanciato rumors su un accordo dello Stato ebraico
con l’Azerbaigian per l’utilizzo di basi aeree nel Paese caucasico. Prontamente
smentite dalle autorità azere, le informazioni della rivista americana non
sembrano però così campate in aria. La presunta disponibilità di Aliyev a
offrire un appoggio logistico a Israele è certamente un importante tassello
strategico in vista di uno strike
contro i siti nucleari sospetti.
Ma, che
cosa c’entra allora l’Arabia Saudita in tutto questo? La dinastia Āl Saʿūd è
da sempre un acerrimo nemico dell’Iran, un rivale (a volte) collaborativo di
Israele, e il più importante alleato arabo e islamico degli Stati Uniti in
Medio Oriente. La sua politica estera è fondata su due principi, almeno in
apparenza, inconciliabili. Da un lato, viene foraggiato e diffuso il wahabismo
(una tradizione d’interpretazione coranica conservatrice e radicale che vuole riportare l’Islam all’originaria
purezza). Dall’altro, viene storicamente concesso un fondamentale
appoggio logistico-militare per lo USCENTCOM. Questa spregiudicata e cinica Realpolitik, però, sembra dar ragione
all’Arabia Saudita.
La
monarchia di Riyāḍ aspetta
alla finestra gli sviluppi di una crisi che, se dovesse giungere fino alla
guerra, potrebbe portare a un nuovo indebolimento dell’Iran, a un ulteriore
isolamento di Israele e a una non quantificabile escalation di violenza in tutto il Medio Oriente. Una prospettiva
che sembra destinata a favorire la definitiva affermazione del governo saudita
come principale potenza regionale.
Nel
palazzo di Re ‘Abd Allāh, non dovrebbe essere
difficile sentir risuonare in questi mesi le note di “Come un agnello”, ossia
quell’aria dell’opera di Sarti che anche Mozart volle citare nel banchetto
finale del suo Don Giovanni. D’altronde,
sembra proprio che ancora una volta fra i due litiganti sarà il terzo a godere.
Questo articolo è stato pubblicato su CQ140 il 2 aprile 2012
sabato 10 marzo 2012
Orizzonte di tempesta in Medio Oriente
«Nessuna nazione è sacra e unica, né gli Stati Uniti né le altre». Così il grande storico americano Arthur M. Schlesinger Jr. affermava con convinzione nel 1986, riflettendo sulla politica estera del proprio Paese. Erano gli ultimi anni di una contrapposizione, quella bipolare, che aveva visto sfidarsi due visioni del mondo antitetiche e (ciascuna, almeno nella propria sfera d’influenza) considerate “salvifiche”. «Tutte le nazioni sono vicine a Dio», continuava l’autore nelle pagine di The Cycles of American History, «al pari di ogni altro paese, l’America ha interessi reali e immaginari, tensioni generose ed egoistiche e moventi onorevoli e squallidi».
Queste osservazioni di Schlesinger, che per ogni
nazione rimangono valide oggi come lo erano più di vent’anni fa, richiamano alla mente in maniera
stridente l’infuocato rapporto tra due Paesi del Medio Oriente: Israele e Iran.
Il primo, l’unica democrazia della regione, vive dal momento della fondazione
in un perenne stato di guerra. Il secondo, una teocrazia islamica sciita, è
sotto l’attenzione della comunità internazionale ormai da anni per via del
proprio programma nucleare. Ma ciò che ironicamente accomuna queste due realtà
antitetiche e inconciliabili è la pericolosa predisposizione a perseguire linee
di politica estera “escatologiche”, proprio perché investite di un presunto (ma
fortemente creduto) compito divino. Pertanto, due Stati vicini a Dio,
fermamente convinti non di essere un esperimento, ma di avere un destino.
Ad aggravare questa (almeno, potenzialmente)
esplosiva situazione si aggiunge la «teologia politica» – o, forse, potremmo
anche dire la ‘politica teologica’ – dei loro rispettivi leaders. Da un lato, l’ormai
più che ventennale Guida Suprema dell’Iran Khamenei (e il recentemente
sconfitto alle elezioni del Majlis e ridimensionato Ahmadinejad) affermano di
perseguire lo sradicamento di Israele dal Medio Oriente. Dall’altro, il Primo
ministro Benjamin Netanyahu – figlio di un importante storico ebreo e fratello
di un ereo di guerra morto a Entebbe, durante un’operazione antiterrorismo – è
fermamente convinto di essere stato messo al mondo per salvare il popolo ebreo
proprio dall’Iran.
Una situazione certamente incandescente, la quale
potrebbe condurre ancora una volta la politica a mostrare il proprio lato
genuinamente irrazionale. Uno strike preventivo israeliano, opzione che
anche gli Stati Uniti sperano di evitare, potrebbe aprire scenari imprevedibili
e assai destabilizzanti per tutto il Medio e Vicino Oriente. D’altronde, un
Iran nucleare potrebbe aprire una corsa all’arma atomica nell’intera regione
(in prevalenza sunnita), al fine di ristabilire un’equilibrio strategico tra
gli Stati che la compongono. In altri termini, un nuovo «equilibrio del
terrore» all’interno però di una situazione assai più preoccupante rispetto a
quella del mondo bipolare.
Soltanto il tempo, ormai sempre più limitato, sarà in grado di diradare le previsioni sul domani. Oggi, tuttavia, l'orizzonte appare oscurato da dense e pesanti nubi di tempesta.
Soltanto il tempo, ormai sempre più limitato, sarà in grado di diradare le previsioni sul domani. Oggi, tuttavia, l'orizzonte appare oscurato da dense e pesanti nubi di tempesta.
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giovedì 9 febbraio 2012
Una delicata partita a poker tra Iran e Israele. Sui pericoli di una politica estera 'escatologica'
Nel poker ciascuno di
coloro che è seduto intorno al tavolo verde sa molto bene che per vincere una
mano, oltre alle carte distribuite dal mazziere, è fondamentale l’abilità del
giocatore. È, infatti, la capacità di quest’ultimo di valutare le probabilità, di osservare il comportamento degli altri e di eseguire bluff efficaci per indurli in errore a fare la differenza nel corso di una partita. Se poi l'abile giocatore è anche assistito dalla fortuna, ci sono allora buone possibilità che riesca anche a vincere portandosi a casa il piatto.
Ormai da qualche tempo, in Medio Oriente è iniziata l'ennesima mano di una delicata e assai più lunga partita di poker, quella sul programma nucleare iraniano. Una delicata e pericolosa partita a poker da cui dipenderanno i destini del Medio Oriente. Intorno al tavolo da gioco sono seduti Iran, Israele, Stati Uniti e alcuni Paesi della regione. Mentre alle loro spalle si possono scorgere gli occhi attenti e interessati - o, per molti versi, preoccupati - della comunità internazionale. Ma sembrano soprattutto due i Paesi che vogliono spingersi fino in fondo, che desiderano scoprire l'uno le carte e l'eventuale bluff dell'altro: Iran e Israele.
Ormai da qualche tempo, in Medio Oriente è iniziata l'ennesima mano di una delicata e assai più lunga partita di poker, quella sul programma nucleare iraniano. Una delicata e pericolosa partita a poker da cui dipenderanno i destini del Medio Oriente. Intorno al tavolo da gioco sono seduti Iran, Israele, Stati Uniti e alcuni Paesi della regione. Mentre alle loro spalle si possono scorgere gli occhi attenti e interessati - o, per molti versi, preoccupati - della comunità internazionale. Ma sembrano soprattutto due i Paesi che vogliono spingersi fino in fondo, che desiderano scoprire l'uno le carte e l'eventuale bluff dell'altro: Iran e Israele.
Gli Stati Uniti,
secondo un rigoroso calcolo degli interessi, appaiono rivolti a garantire il mantenimento
del già precario equilibrio del (dis)ordine mediorientale. La lunga e ancora
incerta corsa verso le presidenziali di novembre, il clima di insicurezza
dovuto alla crisi economica, il profondo spostamento verso l’Asia-Pacifico del
centro della loro strategia geopolitica, suggeriscono all’America molta
cautela. Soprattutto perché il rischio di una chiusura (totale, parziale o
soltanto tentata) dello Stretto di Hormuz provocherebbe il necessario, ma
certamente non auspicato, intervento della marina militare statunitense nelle
acque del Golfo. I Paesi della regione mediorientale, invece, rappresentano un fronte
soltanto all’apparenza coeso. Ciascuno Stato, dall’iper-attivo Qatar (con il suo
braccio armato mediatico Al Jazeera) alla sorniona Arabia Saudita, dal
turbolento Egitto alla bramosa Turchia, oltre a dover rispondere alle
conseguenze delle rivolte arabe, persegue delle autonome linee di politica
estera. L’unità d’intenti dimostrata nella ricerca di una soluzione condivisa
alla drammatica situazione in Siria, non deve trarre in inganno. I rispettivi
interessi strategici di questi attori, che sarebbero tutti favoriti da una
diminuzione della potenza iraniana, finirebbero presto per confliggere.
Un discorso a parte
merita la condotta di gioco di Iran e Israele. Una condotta sempre in bilico
sul crinale che divide razionalità e irrazionalità. Razionale è la volontà
israeliana di non perdere il vantaggio strategico nell’essere la sola potenza
nucleare del Medio Oriente. Così come altrettanto razionale appare la malcelata
volontà iraniana di acquisire l’arma atomica per controbilanciare (almeno
tentativamente, come ha ben mostrato nel suo recente articolo per il
Sussidiario anche Robi Ronza) il primato israeliano. Qualora l’Iran riesca a
proseguire lo sviluppo del suo programma nucleare, l’ipotesi che si possa
determinare una qualche forma di containment,
sulla scia della contrapposizione bipolare della Guerra fredda, non è da
escludere. Molto probabilmente, l’Iran userebbe la rudimentale capacità atomica
soltanto per aumentare il suo status
in Medio Oriente. Purtuttavia, non isolate (né, forse, avventate) sono le preoccupazioni
di chi – affiancandola alla Germania hitleriana – individua nella teocrazia
iraniana una notevole dose di inaffidabilità politica. Irrazionale, invece, è
la forte impronta ‘escatologica’ che entrambi i Paesi mostrano
nell’affermazione del loro interesse nazionale. Da un lato, Ahmadinejad e
Khamenei, dall’altro, Netanyahu e Barak, hanno avanzato giustificazioni alla
necessità di uno scontro frontale e apocalittico tra i due Stati che poco hanno
a che vedere con il ragionevole perseguimento di interessi strategici. Sono
giustificazioni ideologiche radicate sia nella cultura sciita, sia in quella
ebraica (o, per meglio dire, nella sua variante sionista). La prepotente
‘politicizzazione’ del sacro da parte di ambedue i contendenti solleva quindi numerosi
interrogativi sul futuro e fosche nubi sul destino del Medio Oriente. Una tale
politicizzazione non riguarda soltanto gli attentati compiuti dal terrorismo
islamista, può infatti corrompere la politica estera di un Paese. Fermamente
convinto del carattere messianico della propria missione nazionale, uno Stato
può essere sospinto – avendo compiuto evidenti errori di valutazione – a
eccedere i limiti e le opportunità storiche. Una nazione che si ritenga la più
virtuosa al mondo, proprio perché investita da un presunto compito divino, può
facilmente porre la propria salvezza nella politica. E le illusioni, che la
politica estera ‘escatologica’ di alcuni Stati può provocare, sono assai
pericolose per l’intero sistema internazionale.
Un eventuale attacco
preventivo israeliano – opzione sulla cui opportunità anche l’esercito sembra
mostrare più di un dubbio – contro i siti per l’arricchimento dell’uranio, prima
che il programma nucleare iraniano venga trasferito in nuovi e impenetrabili
bunker costruiti sotto le montagne, apre scenari imprevedibili. Pur se
l’intervento dovrebbe risolversi in raid di quattro o cinque giorni, le
conseguenze di un tale gesto non appaiono quantificabili. L’Iran potrebbe
tentare di chiudere lo Stretto di Hormuz, finendo per determinare gravi
incidenti navali con la marina militare statunitense. Inoltre, è assai
probabile che il risentimento islamico verso Israele conosca una nuova e
sanguinosa escalation con attentati
suicidi in tutto il Paese, con un rinnovato protagonismo militare di Hamas, con
un riacutizzarsi del conflitto latente con gli Hezbollah libanesi. Qualora
l’attacco aereo – come ha suggerito con sospetto tempismo al «Washington Post»
anche il Segretario alla Difesa americano, Leon Panetta – dovesse avvenire tra
la primavera e l’estate, Israele dovrà fare i conti con una situazione assai
complessa e pericolosa. Ma potrebbe essere tutto il Medio Oriente – e, al suo
interno, le tante minoranze cristiane, oltre che il già incerto cammino della
primavera araba – a trovarsi di fronte all’ennesima destabilizzazione.
Nel poker, razionalità e irrazionalità sono mischiate tra loro. E, molto spesso, l'una può finire col prevalere sull'altra. E' pertanto auspicabile che sia la razionalità ad avere il sopravvento sull'irrazionalità. Ma, purtroppo, sappiamo che non è sempre così. Il desiderio di andare a scoprire le carte iraniane potrebbe trasformarsi per Israele soltanto in un modo assai rischioso (e controproducente) di far saltare il tavolo.
Questo articolo è stato pubblicato su www.ilsussidiario.net del 9 febbraio 2012.
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