Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

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martedì 2 ottobre 2012

Lo show di Netanyahu, le sanzioni contro l'Iran e il crollo del Rial




Non è passata inosservata la stravagante performance di Benjamin Netanyahu di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Improvvisandosi Bruno Vespa nel salotto di “Porta a Porta", la scorsa settimana il premier israeliano – a cui mancava soltanto un plastico, magari quello dell'impianto nucleare di Fordo – ha tracciato con un pennarello una linea rossa su un disegno in stile fumetto di una bomba. [continua a leggere]


lunedì 3 settembre 2012

I "furbetti" del Golfo



L’estate è trascorsa in maniera piuttosto tranquilla sulle coste del Golfo Persico, ma l’autunno non appare per nulla destinato ad avere eguale fortuna. Quando l’instabile (dis)ordine mediorientale sembrava ormai essere messo alla prova soltanto dalla drammatica guerra civile in Siria, è arrivata una preoccupante conferma del fatto che la delicata crisi relativa al discusso programma nucleare iraniano rischia di subire una pericolosa accelerazione. [continua a leggere]





giovedì 21 giugno 2012

L’ennesima occasione perduta?





Dopo che i precedenti colloqui di Istanbul e Baghdad sul ‘controverso’ programma nucleare di Teheran non avevano portato ad alcun risultato concreto, c’era grande attesa per il nuovo appuntamento di Mosca. Nella capitale russa, si è conclusa ieri una due giorni di lavoro molto serrato. Le delegazioni si sono incontrate per verificare le prospettive di una soluzione diplomatica alle tensioni tra il Paese degli Ayatollah e la comunità internazionale. Una soluzione che sia in grado di scongiurare l’opzione militare e le sue conseguenze. [continua a leggere]

venerdì 25 maggio 2012

Non guardarmi non ti sento: i colloqui sul nucleare iraniano



Oggi su CQ140 una mia analisi sulla due giorni di Baghdad 




Nel 1989, Arthur Hiller portò nelle sale cinematografiche «Non guardarmi: non ti sento». Una commedia degli equivoci che raccontava le assurde avventure di un cieco (Richard Pryor) e un sordo (Gene Wilder). Accusati ingiustamente di omicidio e braccati dalla polizia, i due sfortunati protagonisti erano anche perseguitati dai veri e spietati assassini che intendevano ucciderli.
La divertente pellicola del regista canadese ben si adatta a sintetizzare i risultati degli incontri sul programma nucleare iraniano, terminati ieri a Baghdad. Da una parte l’Iran (il cieco), dall’altra il 5+1 (il sordo) hanno avuto davvero tante difficoltà a comprendersi reciprocamente. [continua a leggere] 



mercoledì 2 maggio 2012

Analisi per CQ140






Nel celebre saggio Vom Kriege del 1832, Carl von Clausewitz coniò un’espressione destinata ad avere un’enorme fortuna nella storia del pensiero strategico. «La guerra», affermò il generale prussiano, «non è che la continuazione della politica con altri mezzi». Questa frase è ormai entrata nella dialettica dell’opinione pubblica. Tuttavia, è andata perdendo il proprio originario accento discrezionale per assumere un’errata connotazione deterministica. Secondo Clausewitz, la guerra è uno «strumento della politica»: un’opzione cui è possibile rivolgersi, ma non una necessità della natura. (continua a leggere)



lunedì 16 aprile 2012

Articolo per CQ140







«Ancora tu ma non dovevamo vederci più?». Questo verso di Lucio Battisti descrive molto meglio di tante dichiarazioni ufficiali il clima che si respirava nella mattina di sabato 14 aprile a Istanbul. Infatti, i colloqui del 5+1 – Stati Uniti, Cina, Russia, Gran Bretagna, Francia e Germania – con l’Iran in merito al suo programma nucleare rappresentavano un’incognita importante per l’intero Medio Oriente. (continua a leggere)




sabato 7 aprile 2012

Fra i due litiganti l'Arabia Saudita (forse) gode






«Fra i due litiganti il terzo gode» non è solamente un celebre dramma di Giuseppe Sarti, messo in scena per la prima volta alla Scala di Milano nel 1782. Infatti, è molto di più. Il titolo dell’opera teatrale è anche il paradigma più adeguato per spiegare la situazione in Medio Oriente.
In gioco non c’è la mano della cameriera Dorina, contesa tra Mingone e Titta, ma l’attuale tensione tra Israele e Iran. Come alla fine del dramma tratto da Le nozze di Goldoni a prevalere sarà Masotto, così al termine della contrapposizione sul programma nucleare degli Ayatollah a godere potrebbe essere soltanto l’Arabia Saudita.
Pur a fronte del continuo inasprimento delle sanzioni internazionali, l’ultimo giro di vite è quello annunciato da Obama pochi giorni fa, il governo di Teheran non sembra per ora intenzionato a mollare la presa. Anzi, cercherà ancora una volta di alzare il livello della tensione per provocare un aumento dei prezzi del petrolio. E spaventare la comunità internazionale.
Al tempo stesso, da Gerusalemme non sembrano giungere notizie rassicuranti. All’inizio della scorsa settimana, l’autorevole «Foreign Policy» ha rilanciato rumors su un accordo dello Stato ebraico con l’Azerbaigian per l’utilizzo di basi aeree nel Paese caucasico. Prontamente smentite dalle autorità azere, le informazioni della rivista americana non sembrano però così campate in aria. La presunta disponibilità di Aliyev a offrire un appoggio logistico a Israele è certamente un importante tassello strategico in vista di uno strike contro i siti nucleari sospetti.
Ma, che cosa c’entra allora l’Arabia Saudita in tutto questo? La dinastia Āl Saʿūd è da sempre un acerrimo nemico dell’Iran, un rivale (a volte) collaborativo di Israele, e il più importante alleato arabo e islamico degli Stati Uniti in Medio Oriente. La sua politica estera è fondata su due principi, almeno in apparenza, inconciliabili. Da un lato, viene foraggiato e diffuso il wahabismo (una tradizione d’interpretazione coranica conservatrice e radicale che vuole riportare l’Islam all’originaria purezza). Dall’altro, viene storicamente concesso un fondamentale appoggio logistico-militare per lo USCENTCOM. Questa spregiudicata e cinica Realpolitik, però, sembra dar ragione all’Arabia Saudita.
La monarchia di Riyāḍ aspetta alla finestra gli sviluppi di una crisi che, se dovesse giungere fino alla guerra, potrebbe portare a un nuovo indebolimento dell’Iran, a un ulteriore isolamento di Israele e a una non quantificabile escalation di violenza in tutto il Medio Oriente. Una prospettiva che sembra destinata a favorire la definitiva affermazione del governo saudita come principale potenza regionale.
Nel palazzo di Re ‘Abd Allāh, non dovrebbe essere difficile sentir risuonare in questi mesi le note di “Come un agnello”, ossia quell’aria dell’opera di Sarti che anche Mozart volle citare nel banchetto finale del suo Don Giovanni. D’altronde, sembra proprio che ancora una volta fra i due litiganti sarà il terzo a godere.

Questo articolo è stato pubblicato su CQ140 il 2 aprile 2012





giovedì 22 marzo 2012

Lo SWIFT taglia i viveri alle banche iraniane: «se potessi avere mille lire al mese»







Nel 1939, Gilberto Mazzi cantava «se potessi avere mille lire al mese». Il ritornello del brano scritto da Carlo Innocenzi e Alessandro Sopranzi è diventato poi l’inno di una generazione. Ma, molto probabilmente, se venisse trasmesso oggi per le strade di Teheran non rappresenterebbe nemmeno una magra consolazione.
La strategia delle sanzioni, infatti, sembra aver cambiato definitivamente registro. Il suo obiettivo appare ormai chiaro: isolare definitivamente l’economia iraniana così da bloccare il controverso programma nucleare del regime degli Ayatollah.
Venerdì scorso, attraverso un breve comunicato stampa, la Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT) ha reso noto che a partire dal pomeriggio di sabato 17 marzo avrebbe tagliato i servizi alle banche iraniane soggette alle sanzioni imposte dall’Unione europea. Non è stata divulgata alcuna lista degli istituti coinvolti. Ma dovrebbero essere almeno trenta le banche nel mirino, compresa la Banca centrale iraniana.
SWIFT fornisce servizi fondamentali per transazioni finanziarie, esportazioni di petrolio e altri scambi commerciali. Pertanto, la disconnessione dal suo network aggraverà lo stato di salute di un sistema economico-finanziario già stremato. I cittadini iraniani avranno sempre più problemi a ottenere finanziamenti per i propri bisogni quotidiani. Mentre, per Teheran sarà non solo più difficile vendere gas e petrolio, ma anche riceverne il pagamento.
«Disconnettere le banche è una misura straordinaria e senza precedenti per la SWIFT» ha affermato il CEO Lazaro Campos, specificando che la società belga è stata costretta ad agire in questo modo per obbedire alle decisioni del Consiglio europeo e del Governo del Belgio. Anche se, c’è da scommetterci, un grande ruolo è stato giocato nell’ombra dagli Stati Uniti. America ed Europa mettono così a segno un importante punto a loro vantaggio nella partita contro l’Iran. Anche Israele pare che abbia gradito l’iniziativa. Trapela, infatti, da fonti israeliane che Netanyahu ne sia stato promotore con Obama nel suo recente viaggio negli Stati Uniti.
Le conseguenze che questo strike finanziario contro l’Iran avrà nei prossimi mesi non sono al momento quantificabili. Ed è bene non farsi troppe illusioni. Tuttavia, esso rappresenta un passaggio cruciale nella delicata situazione mediorientale, proprio perché potrebbe placare i venti di guerra nella regione. Non è un caso che un alto ufficiale israeliano, rallegrandosi per l’esclusione delle banche iraniane dal sistema finanziario regolato dalla SWIFT, abbia definito l’intera operazione un «colpo mortale» per il regime di Teheran.
C’è da augurarsi che gli sforzi della comunità internazionale – rivolti non solo a bloccare il programma nucleare iraniano, ma anche a evitare un intervento armato israeliano – riescano nel loro intento. E ciò per il bene dei popoli di Iran, d’Israele e dell’intero Medio Oriente.


Questo articolo è stato pubblicato su CQ140 il 19 marzo 2012



lunedì 19 marzo 2012

Articolo per CQ140






Oggi, CQ140 pubblica una mia analisi sull'incremento delle sanzioni economiche contro Teheran attraverso la sua disconnessione dal circuito SWITF. Buona lettura!



sabato 10 marzo 2012

Orizzonte di tempesta in Medio Oriente







«Nessuna nazione è sacra e unica, né gli Stati Uniti né le altre». Così il grande storico americano Arthur M. Schlesinger Jr. affermava con convinzione nel 1986, riflettendo sulla politica estera del proprio Paese. Erano gli ultimi anni di una contrapposizione, quella bipolare, che aveva visto sfidarsi due visioni del mondo antitetiche e (ciascuna, almeno nella propria sfera d’influenza) considerate “salvifiche”. «Tutte le nazioni sono vicine a Dio», continuava l’autore nelle pagine di The Cycles of American History, «al pari di ogni altro paese, l’America ha interessi reali e immaginari, tensioni generose ed egoistiche e moventi onorevoli e squallidi».
Queste osservazioni di Schlesinger, che per ogni nazione rimangono valide oggi come lo erano più di vent’anni fa, richiamano alla mente in maniera stridente l’infuocato rapporto tra due Paesi del Medio Oriente: Israele e Iran. Il primo, l’unica democrazia della regione, vive dal momento della fondazione in un perenne stato di guerra. Il secondo, una teocrazia islamica sciita, è sotto l’attenzione della comunità internazionale ormai da anni per via del proprio programma nucleare. Ma ciò che ironicamente accomuna queste due realtà antitetiche e inconciliabili è la pericolosa predisposizione a perseguire linee di politica estera “escatologiche”, proprio perché investite di un presunto (ma fortemente creduto) compito divino. Pertanto, due Stati vicini a Dio, fermamente convinti non di essere un esperimento, ma di avere un destino.




Ad aggravare questa (almeno, potenzialmente) esplosiva situazione si aggiunge la «teologia politica» – o, forse, potremmo anche dire la ‘politica teologica’ – dei loro rispettivi leaders. Da un lato, l’ormai più che ventennale Guida Suprema dell’Iran Khamenei (e il recentemente sconfitto alle elezioni del Majlis e ridimensionato Ahmadinejad) affermano di perseguire lo sradicamento di Israele dal Medio Oriente. Dall’altro, il Primo ministro Benjamin Netanyahu – figlio di un importante storico ebreo e fratello di un ereo di guerra morto a Entebbe, durante un’operazione antiterrorismo – è fermamente convinto di essere stato messo al mondo per salvare il popolo ebreo proprio dall’Iran.
Una situazione certamente incandescente, la quale potrebbe condurre ancora una volta la politica a mostrare il proprio lato genuinamente irrazionale. Uno strike preventivo israeliano, opzione che anche gli Stati Uniti sperano di evitare, potrebbe aprire scenari imprevedibili e assai destabilizzanti per tutto il Medio e Vicino Oriente. D’altronde, un Iran nucleare potrebbe aprire una corsa all’arma atomica nell’intera regione (in prevalenza sunnita), al fine di ristabilire un’equilibrio strategico tra gli Stati che la compongono. In altri termini, un nuovo «equilibrio del terrore» all’interno però di una situazione assai più preoccupante rispetto a quella del mondo bipolare. 
Soltanto il tempo, ormai sempre più limitato, sarà in grado di diradare le previsioni sul domani. Oggi, tuttavia, l'orizzonte appare oscurato da dense e pesanti nubi di tempesta. 






Articolo già pubblicato l'8 marzo 2012 su www.centoquaranta.com





giovedì 9 febbraio 2012

Una delicata partita a poker tra Iran e Israele. Sui pericoli di una politica estera 'escatologica'







Nel poker ciascuno di coloro che è seduto intorno al tavolo verde sa molto bene che per vincere una mano, oltre alle carte distribuite dal mazziere, è fondamentale l’abilità del giocatore. È, infatti, la capacità di quest’ultimo di valutare le probabilità, di osservare il comportamento degli altri e di eseguire bluff efficaci per indurli in errore a fare la differenza nel corso di una partita. Se poi l'abile giocatore è anche assistito dalla fortuna, ci sono allora buone possibilità che riesca anche a vincere portandosi a casa il piatto.


Ormai da qualche tempo, in Medio Oriente è iniziata l'ennesima mano di una delicata e assai più lunga partita di poker, quella sul programma nucleare iraniano. Una delicata e pericolosa partita a poker da cui dipenderanno i destini del Medio Oriente. Intorno al tavolo da gioco sono seduti Iran, Israele, Stati Uniti e alcuni Paesi della regione. Mentre alle loro spalle si possono scorgere gli occhi attenti e interessati - o, per molti versi, preoccupati - della comunità internazionale. Ma sembrano soprattutto due i Paesi che vogliono spingersi fino in fondo, che desiderano scoprire l'uno le carte e l'eventuale bluff dell'altro: Iran e Israele.

Gli Stati Uniti, secondo un rigoroso calcolo degli interessi, appaiono rivolti a garantire il mantenimento del già precario equilibrio del (dis)ordine mediorientale. La lunga e ancora incerta corsa verso le presidenziali di novembre, il clima di insicurezza dovuto alla crisi economica, il profondo spostamento verso l’Asia-Pacifico del centro della loro strategia geopolitica, suggeriscono all’America molta cautela. Soprattutto perché il rischio di una chiusura (totale, parziale o soltanto tentata) dello Stretto di Hormuz provocherebbe il necessario, ma certamente non auspicato, intervento della marina militare statunitense nelle acque del Golfo. I Paesi della regione mediorientale, invece, rappresentano un fronte soltanto all’apparenza coeso. Ciascuno Stato, dall’iper-attivo Qatar (con il suo braccio armato mediatico Al Jazeera) alla sorniona Arabia Saudita, dal turbolento Egitto alla bramosa Turchia, oltre a dover rispondere alle conseguenze delle rivolte arabe, persegue delle autonome linee di politica estera. L’unità d’intenti dimostrata nella ricerca di una soluzione condivisa alla drammatica situazione in Siria, non deve trarre in inganno. I rispettivi interessi strategici di questi attori, che sarebbero tutti favoriti da una diminuzione della potenza iraniana, finirebbero presto per confliggere. 







Un discorso a parte merita la condotta di gioco di Iran e Israele. Una condotta sempre in bilico sul crinale che divide razionalità e irrazionalità. Razionale è la volontà israeliana di non perdere il vantaggio strategico nell’essere la sola potenza nucleare del Medio Oriente. Così come altrettanto razionale appare la malcelata volontà iraniana di acquisire l’arma atomica per controbilanciare (almeno tentativamente, come ha ben mostrato nel suo recente articolo per il Sussidiario anche Robi Ronza) il primato israeliano. Qualora l’Iran riesca a proseguire lo sviluppo del suo programma nucleare, l’ipotesi che si possa determinare una qualche forma di containment, sulla scia della contrapposizione bipolare della Guerra fredda, non è da escludere. Molto probabilmente, l’Iran userebbe la rudimentale capacità atomica soltanto per aumentare il suo status in Medio Oriente. Purtuttavia, non isolate (né, forse, avventate) sono le preoccupazioni di chi – affiancandola alla Germania hitleriana – individua nella teocrazia iraniana una notevole dose di inaffidabilità politica. Irrazionale, invece, è la forte impronta ‘escatologica’ che entrambi i Paesi mostrano nell’affermazione del loro interesse nazionale. Da un lato, Ahmadinejad e Khamenei, dall’altro, Netanyahu e Barak, hanno avanzato giustificazioni alla necessità di uno scontro frontale e apocalittico tra i due Stati che poco hanno a che vedere con il ragionevole perseguimento di interessi strategici. Sono giustificazioni ideologiche radicate sia nella cultura sciita, sia in quella ebraica (o, per meglio dire, nella sua variante sionista). La prepotente ‘politicizzazione’ del sacro da parte di ambedue i contendenti solleva quindi numerosi interrogativi sul futuro e fosche nubi sul destino del Medio Oriente. Una tale politicizzazione non riguarda soltanto gli attentati compiuti dal terrorismo islamista, può infatti corrompere la politica estera di un Paese. Fermamente convinto del carattere messianico della propria missione nazionale, uno Stato può essere sospinto – avendo compiuto evidenti errori di valutazione – a eccedere i limiti e le opportunità storiche. Una nazione che si ritenga la più virtuosa al mondo, proprio perché investita da un presunto compito divino, può facilmente porre la propria salvezza nella politica. E le illusioni, che la politica estera ‘escatologica’ di alcuni Stati può provocare, sono assai pericolose per l’intero sistema internazionale. 







Un eventuale attacco preventivo israeliano – opzione sulla cui opportunità anche l’esercito sembra mostrare più di un dubbio – contro i siti per l’arricchimento dell’uranio, prima che il programma nucleare iraniano venga trasferito in nuovi e impenetrabili bunker costruiti sotto le montagne, apre scenari imprevedibili. Pur se l’intervento dovrebbe risolversi in raid di quattro o cinque giorni, le conseguenze di un tale gesto non appaiono quantificabili. L’Iran potrebbe tentare di chiudere lo Stretto di Hormuz, finendo per determinare gravi incidenti navali con la marina militare statunitense. Inoltre, è assai probabile che il risentimento islamico verso Israele conosca una nuova e sanguinosa escalation con attentati suicidi in tutto il Paese, con un rinnovato protagonismo militare di Hamas, con un riacutizzarsi del conflitto latente con gli Hezbollah libanesi. Qualora l’attacco aereo – come ha suggerito con sospetto tempismo al «Washington Post» anche il Segretario alla Difesa americano, Leon Panetta – dovesse avvenire tra la primavera e l’estate, Israele dovrà fare i conti con una situazione assai complessa e pericolosa. Ma potrebbe essere tutto il Medio Oriente – e, al suo interno, le tante minoranze cristiane, oltre che il già incerto cammino della primavera araba – a trovarsi di fronte all’ennesima destabilizzazione. 

Nel poker, razionalità e irrazionalità sono mischiate tra loro. E, molto spesso, l'una può finire col prevalere sull'altra. E' pertanto auspicabile che sia la razionalità ad avere il sopravvento sull'irrazionalità. Ma, purtroppo, sappiamo che non è sempre così. Il desiderio di andare a scoprire le carte iraniane potrebbe trasformarsi per Israele soltanto in un modo assai rischioso (e controproducente) di far saltare il tavolo. 



Questo articolo è stato pubblicato su www.ilsussidiario.net del 9 febbraio 2012. 



martedì 24 gennaio 2012

«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Iran, Stati Uniti e lo stretto di Hormuz













«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Così recita un vecchio proverbio popolare. Per descrivere la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran in questi ultimi giorni che conducono verso la fine del 2011 non sembra esistere espressione migliore. E ciò non solo perché il motivo del contendere ruota attorno alla libera navigazione nelle acque dello Stretto di Hormuz, ma anche e soprattutto perché tra l’escalation verbale e quella diplomatico-militare sembra davvero passare molta acqua sotto i ponti. L’apprensione è (e, forse, deve rimanere) grande. Ma, se cerchiamo di interpretare con realismo gli interessi nazionali di America e Iran, il pericolo di un nuovo conflitto non dovrebbe essere dietro l’angolo. Alla minaccia di ieri del vicepresidente iraniano Mohamed Reza Rahimi di bloccare con facilità e rapidità il passaggio delle imbarcazioni in uscita e in entrata dal Golfo Persico come contropartita a possibili nuove sanzioni contro il programma nucleare iraniano, è giunta oggi la tempestiva risposta di Rebecca Rebarich, portavoce della V flotta americana di stanza in Bahrain, la quale ha affermato con risolutezza che «ogni interruzione del traffico navale nello stretto di Hormuz non sarà tollerata».
Angusto braccio di mare che divide la Penisola arabica dalle coste iraniane, lo stretto è un crocevia fondamentale per il traffico mondiale del greggio trasportato via mare. Pertanto, un suo eventuale blocco per mano dalla Marina militare iraniana, che in questi giorni sta effettuando delle esercitazioni proprio in quelle acque, potrebbe rappresentare non solo un serio problema per il commercio energetico mondiale, ma anche determinare tanto prevedibili quanto non quantificabili aumenti del prezzo del greggio (regolato nella sua quotazione attraverso strumenti finanziari assai sensibili agli equilibri politici mondiali). Due conseguenze che non possono essere tollerate né dall’Occidente, né dalle Grandi potenze asiatiche.




 




Il nodo strategico e geopolitico rappresentato dalla disputa iraniano-statunitense sullo stretto di Hormuz è assai complesso e intricato. Per tentare di scioglierlo, occorre tenere ben presenti i tanti fattori in gioco sia nell’instabile e proteiforme equilibrio della regione mediorientale, sia nei sistemi politici interni di entrambi i Paesi. E una tale operazione conduce inevitabilmente ad allontanare l’ipotesi di imminenti scenari di guerra. Da un lato, infatti, non sembra essere nell’interesse iraniano destabilizzare lo status quo di un Medio Oriente in cui – anche grazie alla disastrosa campagna militare in Iraq degli Stati Uniti – il Paese di Mahmud Ahmadinejad e Ali Khamenei gode di una posizione strategica rilevante, che potrebbe solo deteriorarsi in seguito a uno scontro armato e passare nelle mani di una sempre più intraprendente Turchia. Al tempo stesso, anche gli Stati Uniti – ancora impegnati in Afghanistan e sempre più attenti a ciò accade nella regione dell’Asia-Pacifico – non sembrano ben disposti a imbarcarsi in una nuova avventura bellica. Un’impresa, quest’ultima, troppo dispendiosa in termini politici, economici e umani. Dall’altro lato, se rivolgiamo lo sguardo verso l’interno, possiamo notare come l’Iran sia alle prese con una situazione di forte crisi economica (aggravata dalle attuali sanzioni internazionali). Una situazione che gli scenari di guerra – ma, conta dirlo, anche quelli di nuove e più aspre sanzioni – renderebbero ancora più drammatica non solo da sostenere per la popolazione, ma anche da gestire per il potere in termini di controllo politico. In egual modo, in America, la corsa alle elezioni presidenziali del 2012 sconsiglia a Obama di arrivare al punto di rottura definitivo.









Molto probabilmente, la crisi – in questo momento, ancora più virtuale che reale – dello stretto di Hormuz si risolverà in un blocco parziale del passaggio di navi, con lo scopo dichiarato da parte dell’Iran di far aumentare il prezzo del greggio. Un possibile aumento del prezzo del petrolio che gli Stati Uniti e con loro tutta la comunità internazionale cercherà di oltrepassare e di far ricadere sul Paese degli Ayatollah. La soglia di tolleranza di Iran e Stati Uniti varierà in relazione all’evolversi degli eventi, che sono e (devono rimanere) imprevedibili. Ma, ora, è possibile affermare che la saggezza popolare mostra ancora tutta la sua perspicace validità e il suo più crudo realismo. «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare», anche a Hormuz.






Questo articolo è apparso il 30 dicembre 2011 su www.ilsussidiario.net