Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it(Reinhold Niebuhr)
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lunedì 19 marzo 2012
venerdì 16 marzo 2012
Sulle orme dell'«orso» russo

Mentre
gli occhi del mondo sono ancora puntati sulla politica interna della Russia, il
Cremlino inizia già a rivolgere il suo sguardo verso la politica estera. A poco
più di una settimana dalle contestate elezioni che per la terza volta hanno
riconfermato presidente Vladimir Putin, è allora giunto il momento di incominciare
a scrutare il sentiero internazionale sul quale l’«orso» russo imprimerà le
proprie orme.
Il 27 febbraio scorso, in apertura
dell’ultima settimana di campagna elettorale, l’allora Primo ministro pubblicò
sulla «Moskovskiye Novosti» un lungo
articolo dal titolo Russia and the changing
world. Dalle colonne del quotidiano moscovita, egli non solo delineava le linee
essenziali di politica estera per il presente, ma esprimeva anche e soprattutto
una precisa visione geopolitica del futuro.
Per molti
versi, l’ambizioso obiettivo dell’ex agente del Kgb nell’ambito della politica
estera è assai semplice: rendere la Russia di nuovo una Grande potenza
regionale, in grado però di far sentire il peso dei propri interessi anche a
livello globale all’interno di un sistema destinato a diventare sempre più
multipolare. Oltre a riaffermare la decennale diffidenza verso gli Stati Uniti
e la Nato, Putin si sofferma estesamente sulla primavera araba, sull’Iran, sull’Afghanistan,
sull’India, sulle Repubbliche Baltiche e sulla regione dell’Asia-Pacifico. Dopo
la disastrosa esperienza libica, è tuttavia il caso della Siria che lo spinge a
ribadire con forza la necessità di un ritorno al pieno rispetto del principio di
sovranità e di quello di non ingerenza. Secondo Putin, infatti, è arrivato il
momento che gli Stati smettano di giustificare interventi armati con motivi
umanitari o con il principio dell’esportazione della democrazia. Il
neo-presidente invita ciascun Paese a non immischiarsi negli affari interni
degli altri (e, in particolare, di quelli russi). In altri termini, Putin
auspica un ritorno alla Realpolitik.
Ma è la
prospettiva geopolitica espressa da Putin a meritare interesse, suscitare
attenzione e, forse, destare preoccupazione. Nel suo articolo, egli individua per
il proprio Paese due direttrici fondamentali di sviluppo strategico: l’una
rivolta verso Oriente, l’altra verso Occidente. Da un lato, sottolineando le formidabili
prospettive di crescita economica della Cina, Putin sostiene l’importanza di
una maggiore interdipendenza tra i due Paesi all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO).
Quest’ultima, infatti, è potenzialmente uno strumento per la definitiva
affermazione delle ambizioni di potenza sino-russe all’interno della regione
asiatica: la SCO, con l’eventuale inclusione del Pakistan e dell’Iran, potrebbe
ben presto diventare un sistema di sicurezza regionale coeso e strategicamente
determinante. Un sistema che costringerebbe persino gli Stati Uniti a rivedere
la presenza capillare di truppe e basi militari all’interno di alcuni Paesi della
regione. Dall’altro lato, ribadendo la «inalienabile» e «organica» appartenenza
della Russia alla civiltà e al sistema interstatale dell’Europa, il
neo-presidente afferma l’irrinunciabilità dei progetti per la sicurezza energetica
dei vari Stati del Vecchio continente. Il gasdotto North Stream, che corre
sotto il Mar Baltico, e quello South Stream, che passa sotto il Mar Nero,
rappresentano le arterie con cui la Russia può non soltanto corrispondere alla sete
di energia dei Paesi europei, ma legarli anche sempre più a sé. Se il primo è
già attivo, il secondo è ancora in fase di realizzazione. Ciò non toglie che
entrambi rappresentino delle opzioni maggiormente credibili rispetto ai grandi
proclami, ma agli ancora scarsi risultati del progetto Nabucco (intenzionato a
creare una via di rifornimento alternativa al gas russo). In tal modo, il
pragmatismo di Mosca sembra mostrare l’ineludibile forza del decisionismo
putiniano.
Pur se non bisogna perdere di vista gli
sviluppi (ormai sempre più esigui e isolati) delle proteste di piazza per
l’aspirazione di un popolo alla democrazia, occorre anche guardare con
disincanto alla realtà politica di un sistema di potere ancora diffuso,
radicato e ambizioso. Nella volontà di riconsegnare alla Russia una grandezza fortemente
offuscata o ormai perduta, il suo nuovo Zar sta già cercando – e lo farà ancora
di più in futuro – di conquistare spazio strategico. L’«orso» russo è in cammino e, ben presto, c’è da
scommettere che oltre alle orme inizieremo a scorgere anche i suoi artigli.
Questo articolo è già stato pubblicato su www.centoquaranta.com il 12 marzo 2012.
lunedì 30 gennaio 2012
Un ‘futuro’ Pacifico: il nuovo fronte geopolitico degli Stati Uniti
Nella primavera del 2010,
l’emittente via cavo HBO decise di mandare in onda una miniserie televisiva in dieci puntate: The Pacific. Ciascuna
puntata ripercorreva gli avvenimenti principali di quella Guerra del Pacifico,
che l’America aveva combattuto durante il secondo conflitto mondiale.
All’indomani dell’attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbor, infatti,
gli Stati Uniti erano entrati in guerra non soltanto nello scenario europeo, ma
anche sul fronte del Pacifico (dove il successo militare del Giappone era
altrettanto rapido di quello tedesco nel Vecchio continente). Prodotta da
Steven Spielberg e Tom Hanks, la miniserie ebbe immediato successo e quello
stesso anno riuscì a vincere ben otto Emmy
Award. Oltre a rappresentare un’avvincente ricostruzione storica, che ha
avuto il merito di portare alla conoscenza del grande pubblico una parte spesso
dimenticata del XX secolo, la produzione televisiva è stata anche in grado –
più o meno consapevolmente – di anticipare lo spirito dei tempi, riportando
l’attenzione americana su una regione geopolitica per lungo tempo ritenuta quantomeno
marginale.
Sull’ultimo numero di «Foreign Policy» del 2011, infatti,
è comparso un lungo articolo di Hilary Clinton dal titolo assai evocativo: America’s Pacific Century. Riprendendo e
parafrasando la famosa definizione coniata da Henry Luce, storico editore della
rivista «Time», secondo il quale il Novecento sarebbe stato l’«American
Century», il Segretario di Stato illustra le linee fondamentali della nuova
politica estera degli Stati Uniti. Il futuro geopolitico dell’ordine mondiale –
osserva la Clinton – non verrà deciso né in Iraq né in Afghanistan, bensì nella
zona dell’Asia-Pacifico. L’America – aggiunge – per difendere leadership,
valori e interessi, dovrà pertanto attuare «un crescente investimento diplomatico,
economico e strategico, nella regione». Il Segretario di Stato
dell’Amministrazione Obama, affermando in sostanza una imprescindibile
corrispondenza biunivoca tra il proprio Paese e quest’immenso quadrante
geostrategico, ritiene non solo che l’Asia sia «cruciale
per il futuro dell’America», ma anche e soprattutto che l’impegno americano
nella regione risulti «vitale per il futuro dell’Asia».
In questo inizio del 2012, però, sono altri i fatti che
stanno calamitando l’attenzione internazionale. Il primo anniversario delle
rivolte arabe e i verdetti delle elezioni nei Paesi coinvolti, le tensioni con
l’Iran in merito al programma nucleare e allo Stretto di Hormuz, riportano lo
sguardo sul (dis)ordine del Medio e Vicino Oriente. Tuttavia, le linee di una
nuova politica estera asiatica espresse dalla Clinton non costituiscono un
semplice e forse frettoloso ‘balzo in avanti’, è assai probabile che esse
vengano mantenute persino dopo le elezioni presidenziali di novembre, anche
nell’ipotesi in cui dovesse prevalere un candidato repubblicano. E ciò anche in
relazione alla presentazione al Pentagono del documento Sustaining U.S. Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense,
con cui Obama e il Segretario alla Difesa, Leon Panetta, hanno illustrato il
futuro della strategia militare americana. Una strategia sempre più basata sul
navalismo e meno propensa a lunghe operazione di occupazione terrestre (come le
recenti operazioni in Afghanistan e Iraq). Una strategia che, inoltre, non solo
chiede alla Nato di prendersi sempre più cura del Mediterraneo e dei suoi Paesi
rivieraschi, ma che lascia gli Stati Uniti ancora più liberi di rivedere le
proprie priorità geopolitiche.
Appare
pertanto quasi profetica l’idea, avanzata fin dalla prima metà degli anni Venti
del secolo scorso dallo storico e internazionalista inglese Arnold J. Toynbee, di
uno spostamento del «centro degli affari internazionali» dall’Atlantico al
Pacifico. In un crescendo di tensioni, dovute all’approvvigionamento energetico
e alle rivalità economico-politiche, il futuro dell’America sembra destinato ad
essere sempre più Pacifico.
Questo articolo è stato pubblicato su www.ilsussidiario.net il 28 gennaio 2012.
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martedì 24 gennaio 2012
«Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Iran, Stati Uniti e lo stretto di Hormuz
«Tra il dire e il fare
c’è di mezzo il mare». Così recita un vecchio proverbio popolare. Per
descrivere la crescente tensione tra Stati Uniti e Iran in questi ultimi giorni
che conducono verso la fine del 2011 non sembra esistere espressione migliore. E
ciò non solo perché il motivo del contendere ruota attorno alla libera
navigazione nelle acque dello Stretto di Hormuz, ma anche e soprattutto perché tra
l’escalation verbale e quella diplomatico-militare sembra davvero passare molta
acqua sotto i ponti. L’apprensione è (e, forse, deve rimanere) grande. Ma, se
cerchiamo di interpretare con realismo gli interessi nazionali di America e
Iran, il pericolo di un nuovo conflitto non dovrebbe essere dietro l’angolo. Alla
minaccia di ieri del vicepresidente iraniano Mohamed Reza Rahimi di bloccare
con facilità e rapidità il passaggio delle imbarcazioni in uscita e in entrata
dal Golfo Persico come contropartita a possibili nuove sanzioni contro il
programma nucleare iraniano, è giunta oggi la tempestiva risposta di Rebecca
Rebarich, portavoce della V flotta americana di stanza in Bahrain, la quale ha
affermato con risolutezza che «ogni interruzione del traffico navale nello
stretto di Hormuz non sarà tollerata».
Angusto
braccio di mare che divide la Penisola arabica dalle coste iraniane, lo stretto
è un crocevia fondamentale per il traffico mondiale del greggio trasportato via
mare. Pertanto, un suo eventuale blocco per mano dalla Marina militare
iraniana, che in questi giorni sta effettuando delle esercitazioni proprio in
quelle acque, potrebbe rappresentare non solo un serio problema per il
commercio energetico mondiale, ma anche determinare tanto prevedibili quanto
non quantificabili aumenti del prezzo del greggio (regolato nella sua
quotazione attraverso strumenti finanziari assai sensibili agli equilibri
politici mondiali). Due conseguenze che non possono essere tollerate né
dall’Occidente, né dalle Grandi potenze asiatiche.
Il
nodo strategico e geopolitico rappresentato dalla disputa iraniano-statunitense
sullo stretto di Hormuz è assai complesso e intricato. Per tentare di scioglierlo,
occorre tenere ben presenti i tanti fattori in gioco sia nell’instabile e
proteiforme equilibrio della regione mediorientale, sia nei sistemi politici
interni di entrambi i Paesi. E una tale operazione conduce inevitabilmente ad
allontanare l’ipotesi di imminenti scenari di guerra. Da un lato, infatti, non sembra
essere nell’interesse iraniano destabilizzare lo status quo di un Medio Oriente in cui – anche grazie alla
disastrosa campagna militare in Iraq degli Stati Uniti – il Paese di Mahmud
Ahmadinejad e Ali Khamenei gode di una posizione strategica rilevante, che
potrebbe solo deteriorarsi in seguito a uno scontro armato e passare nelle mani
di una sempre più intraprendente Turchia. Al tempo stesso, anche gli Stati
Uniti – ancora impegnati in Afghanistan e sempre più attenti a ciò accade nella
regione dell’Asia-Pacifico – non sembrano ben disposti a imbarcarsi in una
nuova avventura bellica. Un’impresa, quest’ultima, troppo dispendiosa in
termini politici, economici e umani. Dall’altro lato, se rivolgiamo lo sguardo
verso l’interno, possiamo notare come l’Iran sia alle prese con una situazione
di forte crisi economica (aggravata dalle attuali sanzioni internazionali). Una
situazione che gli scenari di guerra – ma, conta dirlo, anche quelli di nuove e
più aspre sanzioni – renderebbero ancora più drammatica non solo da sostenere
per la popolazione, ma anche da gestire per il potere in termini di controllo
politico. In egual modo, in America, la corsa alle elezioni presidenziali del
2012 sconsiglia a Obama di arrivare al punto di rottura definitivo.
Molto
probabilmente, la crisi – in questo momento, ancora più virtuale che reale –
dello stretto di Hormuz si risolverà in un blocco parziale del passaggio di
navi, con lo scopo dichiarato da parte dell’Iran di far aumentare il prezzo del
greggio. Un possibile aumento del prezzo del petrolio che gli Stati Uniti e con
loro tutta la comunità internazionale cercherà di oltrepassare e di far
ricadere sul Paese degli Ayatollah. La soglia di tolleranza di Iran e Stati
Uniti varierà in relazione all’evolversi degli eventi, che sono e (devono
rimanere) imprevedibili. Ma, ora, è possibile affermare che la saggezza
popolare mostra ancora tutta la sua perspicace validità e il suo più crudo
realismo. «Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare», anche a Hormuz.
Questo articolo è apparso il 30 dicembre 2011 su www.ilsussidiario.net
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