Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

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mercoledì 26 novembre 2014

L'audacia di un «realismo trascendente»: Papa Francesco e Reinhold Niebuhr



A Strasburgo, ieri, Papa Francesco ha sottolineato in un significativo passaggio del suo importante discorso al parlamento Europeo che una «Europa che non è più capace di aprirsi alla dimensione trascendente della vita è un’Europa che lentamente rischia di perdere la propria anima e anche quello “spirito umanistico” che pure ama e difende». Proprio questa attenzione alla dimensione trascendente dell'uomo ha permesso nel corso del Novecento a Reinhold Niebuhr di offrire un'utile contributo alla comprensione della realtà politica internazionale. Nel mio Il realista delle distanze. Reinhold Niebuhr e la politica internazionale (Rubbettino, 2014), analizzo il contributo del teologo protestante, sottolineando come l'apertura al trascendente sia ciò che permette al suo «realismo cristiano» di comprendere la realtà nella profondità del suo significato.



martedì 3 luglio 2012

Oltre l'interesse nazionale





Nel 1955, mentre rifletteva sul grande potere e le nuove responsabilità degli Stati Uniti, Reinhold Niebuhr affermò... [continua a leggere]

martedì 15 maggio 2012

La fine di un'era?




Nel 1934, riflettendo sulle conseguenze della grande crisi, che sembrava aver travolto non solo il capitalismo americano ma anche la cultura e la civiltà del suo Paese, Reinhold Niebuhr osservò in maniera assai ruvida:  «stiamo assistendo al tragico spettacolo di una civiltà che sta lentamente distruggendo se stessa». 
Nel corso del secolo scorso, l'Europa non ha perso tempo per portare a compimento l'atroce previsione che il teologo protestante aveva espresso per gli Stati Uniti. Ma, dopo due conflitti mondiali e il definitivo tramonto del sistema internazionale eurocentrico che fino a quel momento aveva ordinato l'ordine globale, il Vecchio continente sembrava aver trovato le forze necessarie per traguardare il futuro. Nelle intenzioni dei De Gasperi, Schuman e Adenauer, l'Europa poteva (e doveva) ritrovare se stessa attraverso la condivisione di un ideale alto. Lo sviluppo del progetto unitario - come possiamo ormai vedere quotidianamente - ha però scoperto il fianco a molte insidie e ambiguità. 
La rigida austerità tedesca, se non scardinata da adeguate misure per la crescita economica, realizzerà il triste presagio di Niebuhr?   


venerdì 16 marzo 2012

Sulle orme dell'«orso» russo







Mentre gli occhi del mondo sono ancora puntati sulla politica interna della Russia, il Cremlino inizia già a rivolgere il suo sguardo verso la politica estera. A poco più di una settimana dalle contestate elezioni che per la terza volta hanno riconfermato presidente Vladimir Putin, è allora giunto il momento di incominciare a scrutare il sentiero internazionale sul quale l’«orso» russo imprimerà le proprie orme.
            Il 27 febbraio scorso, in apertura dell’ultima settimana di campagna elettorale, l’allora Primo ministro pubblicò sulla «Moskovskiye Novosti» un lungo articolo dal titolo Russia and the changing world. Dalle colonne del quotidiano moscovita, egli non solo delineava le linee essenziali di politica estera per il presente, ma esprimeva anche e soprattutto una precisa visione geopolitica del futuro.
Per molti versi, l’ambizioso obiettivo dell’ex agente del Kgb nell’ambito della politica estera è assai semplice: rendere la Russia di nuovo una Grande potenza regionale, in grado però di far sentire il peso dei propri interessi anche a livello globale all’interno di un sistema destinato a diventare sempre più multipolare. Oltre a riaffermare la decennale diffidenza verso gli Stati Uniti e la Nato, Putin si sofferma estesamente sulla primavera araba, sull’Iran, sull’Afghanistan, sull’India, sulle Repubbliche Baltiche e sulla regione dell’Asia-Pacifico. Dopo la disastrosa esperienza libica, è tuttavia il caso della Siria che lo spinge a ribadire con forza la necessità di un ritorno al pieno rispetto del principio di sovranità e di quello di non ingerenza. Secondo Putin, infatti, è arrivato il momento che gli Stati smettano di giustificare interventi armati con motivi umanitari o con il principio dell’esportazione della democrazia. Il neo-presidente invita ciascun Paese a non immischiarsi negli affari interni degli altri (e, in particolare, di quelli russi). In altri termini, Putin auspica un ritorno alla Realpolitik.


 


Ma è la prospettiva geopolitica espressa da Putin a meritare interesse, suscitare attenzione e, forse, destare preoccupazione. Nel suo articolo, egli individua per il proprio Paese due direttrici fondamentali di sviluppo strategico: l’una rivolta verso Oriente, l’altra verso Occidente. Da un lato, sottolineando le formidabili prospettive di crescita economica della Cina, Putin sostiene l’importanza di una maggiore interdipendenza tra i due Paesi all’interno della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Quest’ultima, infatti, è potenzialmente uno strumento per la definitiva affermazione delle ambizioni di potenza sino-russe all’interno della regione asiatica: la SCO, con l’eventuale inclusione del Pakistan e dell’Iran, potrebbe ben presto diventare un sistema di sicurezza regionale coeso e strategicamente determinante. Un sistema che costringerebbe persino gli Stati Uniti a rivedere la presenza capillare di truppe e basi militari all’interno di alcuni Paesi della regione. Dall’altro lato, ribadendo la «inalienabile» e «organica» appartenenza della Russia alla civiltà e al sistema interstatale dell’Europa, il neo-presidente afferma l’irrinunciabilità dei progetti per la sicurezza energetica dei vari Stati del Vecchio continente. Il gasdotto North Stream, che corre sotto il Mar Baltico, e quello South Stream, che passa sotto il Mar Nero, rappresentano le arterie con cui la Russia può non soltanto corrispondere alla sete di energia dei Paesi europei, ma legarli anche sempre più a sé. Se il primo è già attivo, il secondo è ancora in fase di realizzazione. Ciò non toglie che entrambi rappresentino delle opzioni maggiormente credibili rispetto ai grandi proclami, ma agli ancora scarsi risultati del progetto Nabucco (intenzionato a creare una via di rifornimento alternativa al gas russo). In tal modo, il pragmatismo di Mosca sembra mostrare l’ineludibile forza del decisionismo putiniano.
Pur se non bisogna perdere di vista gli sviluppi (ormai sempre più esigui e isolati) delle proteste di piazza per l’aspirazione di un popolo alla democrazia, occorre anche guardare con disincanto alla realtà politica di un sistema di potere ancora diffuso, radicato e ambizioso. Nella volontà di riconsegnare alla Russia una grandezza fortemente offuscata o ormai perduta, il suo nuovo Zar sta già cercando – e lo farà ancora di più in futuro – di conquistare spazio strategico. L’«orso» russo è in cammino e, ben presto, c’è da scommettere che oltre alle orme inizieremo a scorgere anche i suoi artigli.


 


Questo articolo è già stato pubblicato su www.centoquaranta.com il 12 marzo 2012.




lunedì 5 marzo 2012

La crisi della civiltà europea secondo Johan Huizinga







Gli Stati continueranno a comportarsi in primo luogo e prevalentemente secondo il proprio interesse o quello che reputano tale, e la morale internazionale a mala pena li indurrà ad oltrepassare di un millimetro la linea di ciò che quest'interesse - cioè la paura della solidarietà internazionale - prescriverà loro. Ma quel millimetro è lo spazio dove stanno l'onore e la fiducia, ed è molto maggiore di alcune migliaia di miglia di volontà di potenza e di prepotenza. [...] Lo stato è un'entità che, data l'imperfezione delle cose umane, si reggerà su certe norme che non sono quelle di una morale sociale fondata sulla fiducia, e tanto meno sono quelle della fede cristiana. Ma tuttavia non gli sarà lecito perdere completamente di vista le norme della moralità, sia cristiana che sociale, sotto pena di perire in conseguenza della sua propria apostasia.

Johan Huizinga, In de schaduwen van morgen, H.T. Tjeenk Willink & Zoon, Haarlem 1935; trad. it. La crisi della civiltà, Einaudi, Torino 1962, pp. 99-100.






giovedì 9 febbraio 2012

Eliot, Monti e quella salvezza dell'Europa che non possiamo riporre nella politica




Close Up of Mario Monti



Essi cercano sempre d’evadere
Dal buio esterno e interiore 
Sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono. 
Ma l’uomo che è adombrerà
L’uomo che pretende di essere. 


T.S. Eliot, Cori da «La Rocca», VI coro




martedì 24 gennaio 2012

Una soluzione per la crisi dell’Europa (e della Germania): il «realismo cristiano»












In The Irony of American History del 1952, riflettendo sui rischi e le responsabilità a cui gli Stati Uniti erano stati chiamati dai grandi cambiamenti avvenuti nel sistema internazionale, Reinhold Niebuhr invitava il proprio Paese a non perdersi in linee di politica estera caratterizzate dall’idealismo. Pertanto, chiedeva con forza all’America di allontanare da sé ogni convinzione di essere la nazione più virtuosa del mondo. Una tale scelta avrebbe infatti prodotto nuovamente l’irrompere dell’«ironia» nelle vicende politiche americane, spingendo così i sogni degli Stati Uniti ad essere sempre infranti dalla storia. Per il teologo protestante, nelle situazioni ironiche la virtù diventa vizio per qualche difetto nascosto nella stessa virtù, la forza si fa debolezza a causa della vanità a cui la forza può spingere una nazione potente, la sicurezza si tramuta in insicurezza perché vi è riposta eccessiva fiducia, e la saggezza diventa follia dal momento che non si conoscono (o non si ha coscienza) dei propri limiti.
Al tempo stesso, proprio per evitare una deriva idealista, Niebuhr suggeriva agli Stati Uniti di elaborare strategie realistiche nei confronti delle numerose questioni che si stavano affacciando nel sistema internazionale. Nel far ciò, tuttavia, ammoniva il Paese a non cadere nel pericolo opposto di raggrinzirsi in una posizione eminentemente cinica. L’America – secondo il teologo protestante – correva il grave rischio di affermare una concezione dell’interesse nazionale troppo ridotta, ossia incapace di cogliere l’esistenza del legittimo interesse degli altri Stati. Miope ed egoistica, una tale visione dell’interesse nazionale non poteva infatti che condurre gli Stati Uniti su una strada sbagliata. Una strada lungo la quale ogni anelito alla pace e alla giustizia tra le nazioni, benché idealmente proclamato o tentativamente perseguito, sarebbe stato pressoché precluso dal tortuoso dramma della storia.
            La soluzione che Niebuhr offriva agli Stati Uniti per fuggire i due corni del dilemma tra idealismo sentimentale e realismo cinico era quella di applicare alle vicende interne e internazionali del Paese lo sguardo del «realismo cristiano». Quest’ultimo, secondo l’autore, rappresentava un metodo di conoscenza che, avanzando la pretesa di tener conto di tutti i fattori della realtà, poteva così condurre a un suo più adeguato intendimento. Il «realismo cristiano», riconoscendo l’ambiguità di ogni azione politica, ossia la compresenza tanto del bene quanto del male in ciascuna opzione, non solo avrebbe permesso una desacralizzazione della politica estera, ma avrebbe anche e soprattutto costituito un rifiuto del mondo hobbesiano. 








A sessant’anni di distanza dalla pubblicazione del volume, pur con una situazione internazionale radicalmente trasformata, i suggerimenti di Niebuhr non hanno affatto perso il loro valore. Anzi, appaiono oggi ancora più stringenti non soltanto per l’America (in un sistema politico globale ormai sempre più multipolare), ma anche per i Paesi dell’Unione europea impegnati in una lotta contro il tempo e contro la speculazione internazionale. In particolare, la necessità di cambiare rotta e acquisire una visione realista ma piena di speranza del presente e del futuro del Vecchio continente appare imprescindibile per la Germania. Quest’ultima, infatti, ritornata da protagonista – e non da terreno di scontro tra opposti schieramenti come durante il bipolarismo – al centro della politica europea con il crollo del Muro di Berlino, sembra sempre più subire il fascino perverso sia dell’idealismo, sia del cinismo. La Germania, da un lato, è sentimentalmente idealista perché ritiene se stessa la più virtuosa delle nazioni d’Europa. Una nazione che non può non insegnare agli altri Paesi come ci si deve comportare. E fa di questa falsa virtù – proprio perché ottenuta scorporando dal suo debito pubblico le passività del Kfw, le quali farebbero balzare quasi a quota cento l’incidenza del debito sul prodotto interno lordo – lo strumento di accusa verso gli Stati ‘cicala’ suoi vicini, come l’Italia, che nel corso degli anni hanno creato (con gravi responsabilità) un enorme dissesto nei loro conti pubblici. Dall’altro lato, la Germania è anche realista perché antepone in modo miope ed egoistico al futuro del progetto europeo il proprio interesse nazionale (o, almeno quello di una parte del suo ceto politico che, ormai prossimo alle elezioni per il rinnovo del Parlamento, è concentrato solo nel non perdere consenso tra l’elettorato tedesco). Segnali di questa tendenza sono evidenti non solo nell’estrema lentezza con cui i tedeschi si sono mossi nei confronti della Grecia, ma anche nel loro tergiversare verso l’ipotesi di trasformare la Bce in un prestatore di ultima istanza.
Forse, per uscire dalle secche di questa grave situazione che attanaglia i Paesi membri dell’Unione europea ormai da molti mesi e che sembra non offrire soluzione che i mercati non siano pronti a bocciare continuamente, sarebbe utile che i diversi Stati del Continente – e, soprattutto, la Germania – cercassero di far proprio il «realismo cristiano» di Niebuhr. Soltanto uno sguardo realistico, ma non cinico, sull’impasse attuale può permettere di riscoprire e rinvigorire quell’ideale – spesso tradito dalla costruzione istituzionale successiva – verso cui Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi guardavano nel momento fondativo dell’Europa. Soltanto uno sguardo realistico, e pieno di speranza perché cristiano, può impedire che alla crisi finanziaria o politica possa succedere – per dirla con Ernst Nolte – una nuova «guerra civile europea».








Questo articolo è stato pubblicato il 20 gennaio 2012 su www.ilsussidiario.net