Despair is the fate of the realists who know something about sin, but nothing about redemption.
Self-righteousness and irresponsibility is the fate of the idealists who know something about the good possibilities of life, but know nothing of our sinful corruption of it

(Reinhold Niebuhr)

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martedì 31 luglio 2012

Aleppo, ultima trincea




«Io sono la Guerra civile», afferma veemente una voce femminile dalla fossa vuota dell’orchestra al Théatre de l’Oeuvre di Parigi. È la sera del 27 gennaio 1965, quando Henry de Montherlant manda in scena il dramma La Guerre civile. «Io non sono la guerra» – continua con forza quella stessa voce – «delle boscaglie e dei campi; io sono la guerra della piazza selvaggia, la guerra delle prigioni e delle strade, quella del vicino contro il vicino, del rivale contro il rivale, quella dell’amico contro l’amico». [continua a leggere] 

venerdì 27 luglio 2012

Ordine e giustizia



Oggi, mentre leggevo un brano di Reinhold Niebuhr, ho ritrovato questa citazione: «se, nella strategia del governo, l'ordine precede la giustizia, allora soltanto un ordine che implichi la giustizia può garantire una pace stabile. Un ordine ingiusto fa sorgere rapidamente il risentimento e la ribellione che lo travolgeranno». Non ho potuto far altro che pensare subito alla Siria.

martedì 17 luglio 2012

Una battaglia politica insensibile alla verità




«La politica», affermava in maniera sferzante Boris Pasternak, «non mi dice niente». Infatti, aggiungeva il grande poeta e scrittore russo, «non amo le persone che sono insensibili alla verità». Queste nette e ruvide parole dell’autore del Dottor Živago descrivono bene la drammatica situazione che da più di un anno insanguina la Siria e rischia di destabilizzare il già precario (dis)ordine del Medio Oriente. [continua a leggere]

lunedì 25 giugno 2012

Mamma li turchi: guai in vista per Bashar al-Asad?




Un phantom turco in azione (Foto: turkish air force)


Non se ne conosce ancora bene la dinamica, ma una cosa è certa: un aereo militare turco – un jet F-4 – è caduto nelle acque territoriali siriane, al confine con la provincia di Hatay. Secondo l’emittente televisiva di Hezbollah, al-Manar, il bombardiere sarebbe stato «abbattuto per errore» proprio dall’esercito di Damasco. Una notizia, quest’ultima, comunque non ancora confermata. [continua a leggere]

venerdì 8 giugno 2012

Gli ideali democratici e la realtà sulla via di Damasco




Oggi su La Schiena di Gino (Linkiesta): 






Nel 1919, al termine della «grande guerra» che aveva devastato l’Europa, Halford J. Mackinder pubblicò la sua opera più importante, Democratic Ideals and Reality. Tra le pagine di quel volume, che certamente non costituisce il suo scritto più famoso, il padre nobile della geopolitica anglosassone invitava tutti i contemporanei a un più adeguato intendimento della situazione politica mondiale. Esprimendo forti perplessità nei confronti dell’idealismo wilsoniano, il grande geografo inglese infatti richiamava a un prudente realismo. [continua a leggere]
            

lunedì 6 febbraio 2012

Siria, Egitto e quella "rivolta" di Albert Camus che può (e deve) essere anche nostra




 



La rivolta non nasce solamente e necessariamente nell'oppresso, ma può nascere anche dallo spettacolo dell'oppressione.

Albert Camus




 



giovedì 26 gennaio 2012

"Non ci sono più le mezze stagioni". Quale futuro per il mondo arabo tra ‘primavera’ e ‘autunno’?







«Un racconto non ha né principio né fine: si sceglie arbitrariamente un certo momento dell’esperienza dal quale guardare indietro, o dal quale guardare avanti». Così il grande romanziere Graham Greene apre uno dei suoi libri più celebri, Fine di una storia. Per analizzare l’esperienza delle proteste che hanno attraversato e ridisegnato nell’ultimo anno le regioni del Nord Africa, oltre che alcuni Paesi del Vicino e Medio Oriente, non si può che scegliere il 17 dicembre 2010. Il momento dal quale guardare indietro o avanti nel racconto della cosiddetta ‘primavera araba’ coincide con il giorno in cui l’ambulante Mohamed Bouazizi si diede fuoco in segno di protesta contro il sequestro della propria merce da parte della polizia. A una settimana di distanza dal tragico gesto, le proteste si diffusero in tutta la nazione. E, in breve tempo, come in un effetto domino, si sono allargate a Egitto, Libia, Siria, Barhein, Yemen, Giordania e Gibuti, oltre che – seppur in maniera minore – ad altri Paesi.

I moti popolari sono giunti a risultati parziali, diversi e, in un certo senso, contraddittori. Se in Tunisia e in Egitto hanno avuto luogo alquanto repentine rivoluzioni, in grado di porre fine alle dittature di Ben Ali e Hosni Mubarak, in Libia – pur a fronte di un intervento della Nato, giustificato da motivi umanitari ma essenzialmente dettato da interessi economici – la presa del potere da parte degli insorti ha dovuto conoscere una sanguinosa guerra civile prima di raggiungere il suo scopo, ossia la detronizzazione e l’uccisione di Gheddafi. Altri Stati, invece, hanno conosciuto un ‘autunno’ precoce. Il regime baathista di Assad, tra l’impotenza e il (dis)interesse strategico del sistema internazionale, ha represso con cruda violenza ogni forma di protesta. Forse, la recente morte di Gheddafi spingerà alcuni attori internazionali a mettersi sulla via di Damasco. Una accelerazione verso un regime change in Siria tuttavia non significherà certamente la risoluzione dei problemi del Paese, piuttosto una nuova destabilizzazione della regione dall’esito imprevedibile e spaventoso che andrà probabilmente a interessare anche il precario equilibrio del Libano.




Ma, il cambio di stagione, come dimostrano gli attentati contro i copti d’Egitto non si è fatto attendere neppure in un Paese che aveva gestito la transizione in maniera ordinata e istituzionale. Sulle rive del Nilo, tensioni e regolamenti di conti tra le diverse componenti etnico-religiose non fanno che aumentare il delicato compito dell’esercito in attesa della lunga fase elettorale e costituente del nuovo Egitto.


Le fondate rivendicazioni socio-economiche e politiche da cui è scaturito il sogno della ‘primavera araba’ si sono ben presto trovate di fronte all’incubo di un ‘autunno arabo’, segnato dalla violenza e dall’odio etnico-religioso. L’iniziale (ed eccessivo) idealismo dei manifestanti si scontra con l’attuale cinismo delle diverse fazioni in cerca del potere politico, gettando sia gli arabi sia gli osservatori occidentali nello scetticismo. Per non rimanere bloccati nella sterile e soffocante contrapposizione tra idealismo e cinismo, l’unico modo di guardare al futuro di tutti questi Paesi è con realismo. Pur consapevoli delle illusioni o delle difficoltà sempre in agguato, soltanto concependo la realtà della ‘primavera araba’ come un elemento positivo e un’opportunità di cambiamento, è possibile sfuggire dal triste orizzonte di un crepuscolare ‘autunno arabo’, di un’occasione sprecata per l’intero mondo arabo. 




Questo articolo è apparso sulla newsletter di Globus et Locus nel novembre 2011